Sono le 3 di notte del 28 agosto 2015 a Nasik, mi sveglio trepidante nel buio della notte indiana.

Il mio giaciglio è costituito da un semplice materasso sul pavimento rivestito di tappeti a casa della mia ‘famiglia’ indiana.

C’è un altare al centro della stanza allestito in onore del guru che guida e protegge la famiglia. La sua gigantografia domina incontrastata sulla parete e il suono del mantra “Om Shiv Namah” riecheggia incessantemente nella sala.

Siamo pronti per partecipare al Kumbh Mela, uno dei più grandi pellegrinaggi al mondo.

 


 

Un’insolita energia mi pervade, insieme all’eccitazione mista al turbamento dato dalla consapevolezza di stare per assistere a un evento che farà parte della storia: il raduno induista più importante.

Kumbh Mela 1

Ogni tre anni, a rotazione nelle quattro città bagnate dai fiumi sacri (Haridwar, Allahabad, Ujjain e Nasik), i pellegrini induisti si radunano per immergersi nelle acque del fiume sacro e quindi purificarsi.

Il raduno non è paragonabile nemmeno a Woodstock, che contò 500mila partecipanti. Il pellegrinaggio di Allahabad del 2013 per esempio ne ha contati più di 60 milioni (175 volte di più).

Per saperne di più, leggi anche: Kumbh Mela, il festival più grande della terra

I pellegrini si radunano per un mese e mezzo nella città che ospita il rituale. L’inizio del pellegrinaggio è sancito dal primo bagno sacro (Shahi Bath).

Mi sono recata a Nasik due volte: prima dell’inizio del Kumbh Mela e successivamente per il Shahi Bath.

Ho visitato la zona adibita ai sadhu: gli asceti. Un’enorme estensione di terra dove vengono allestiti tendoni per preghiere, ritrovi e meditazione e dove questi vivono per tutta la durata del festival.

A Nasik, questo luogo si chiama Tapovan, “tap” significa meditare e “ovan” foresta. Ho potuto osservare la quotidianità dei sadhu a partire dall’alba, quando l’aria è ancora intrisa di quella brezza notturna e il chiarore del giorno cominciare a fare breccia nel cielo.

Sospesi in un limbo tra notte e giorno, l’alba è il momento in cui l’India si rivela in tutta la sua vitalità e lentezza. Un ossimoro che ben indica l’essenza del Paese.

Alle prime luci del giorno, ho assistito ai pellegrini che si lavano nel fiume, adornano gli idoli con corone di fiori, leggono preghiere, intonano canti votivi, si sistemano il turbante sul capo e dipingono sul volto i segni distintivi della loro devozione.

Probabilmente molti di loro si fingono un asceta ma in realtà di santo hanno ben poco. Mascherarsi da asceta infatti consente di ottenere delle buone elemosina. Ma quì tutto sembra essere concesso.

L’atmosfera è carica di energia, a riprova del nome del luogo, una sorta di ritiro spirituale. Il giorno inizia.

All’imbrunire ci dirigiamo nel cuore della città, dove le acque del Godavari, il fiume sacro a Nasik, confluiscono.

Si vede la gente immergersi nel fiume, gli schizzi tra i ragazzi.

C’è chi posa una fiammella sul fiume esprimendo un desiderio, lasciando che sia l’acqua a deciderne le sorti.

Torno a Nasik il giorno prima del primo bagno sacro, il quale sarebbe iniziato alle 4 del mattino del 28 agosto. La città è bloccata, nessun veicolo può accedere in città e l’area del fiume è circondata da transenne.

Avverto lo stato di allerta, come mai prima, che un evento di tale portata comporta.

Kumbh Mela 2

La sera ci dirigiamo nel centro del raduno, con la speranza di poter trascorrere la notte di veglia per l’arrivo dei primi sadhu.

Salita in cima ad un palazzo, faccio conoscenza con alcuni fotografi di fama internazionale, tuttavia l’accesso all’area del bagno sacro è strettamente limitato alla stampa.

Rassegnata, decido di dormire un paio d’ore e tornare prima dell’alba. Sono le 3 del mattino del 28 agosto a Nasik, quando mi sveglio trepidante nel buio della notte indiana.

Salgo in sella dietro alla moto del mio amico, ma veniamo fermati. Nessun veicolo ha accesso in città quindi dobbiamo unirci alla lunga processione a piedi di pellegrini che, borsoni e sacchetti in spalla, si avviano verso il luogo sacro.

Siamo lì con loro, a camminare quasi 4 km per far parte anche noi della Storia.

Non sono induista, ma condividiamo la stessa frenesia e trepidazione, che ci spinge in cammino.

Giunti al fiume, è una festa per i miei occhi: una folla di gente sulle sponde del fiume, gente che si trascina in strada e dorme ammassata per terra.

Si fa notte e vaghiamo nella zona vecchia della città, assaporando l’energia e la magia di una notte che non si ripeterà.

Le prime luci dell’alba, i primi tintinnii dei campanelli ai templi, le prime tazze fumanti di chai portano con sé il mesto torpore che solo le mattine indiane sanno regalare.

Kumbh Mela 3

Noi, e altre centinaia di migliaia di persone, in attesa.

Dato che un lato del fiume è riservato ai sadhu, ci ritagliamo il nostro angolino sul lato opposto accessibile al pubblico.

Improvvisamente è caos: un corteo di figurine urlanti e esaltanti arancioni, bianche, rosse, gialle, accompagnati da camion con musica a tutto volume, fa il suo ingresso sul Godavari, e si riversa sulle sponde del fiume.

Kumbh Mela 4

Il tempo si ferma, trascorrono diverse ore, lo sguardo fisso sullo spettacolo di fronte a me, incapace di metabolizzare ciò a cui si assiste per Fede.

Il Kumbh Meka: un collante unico di razze, etnie, età, caste più disparate.

Un’ancora di salvezza, un punto fermo.

In quel preciso momento anche io appartenevo a loro: ero parte di quell’Uno, su quel fiume, in India.

 


Foto dell’autrice