Articolo in 2 minuti – La musica è una parte essenziale della vita indiana. L’Occidente è venuto a contatto con la musica indiana in due momenti: durante il colonialismo inglese, quando i suoni indiani furono considerati inascoltabili, e negli anni Settanta, con i Beatles e Ravi Shankar.

La musica indiana è un ambito estremamente complesso, che include anche il canto e la danza, considerati parti integranti della disciplina.

Le origini sono molto antiche e risalgono a quando i sacerdoti salmodiavano i testi religiosi, anche se con il tempo la tradizione musicale si staccò dall’ambito rituale.  

Con lo stabilirsi dei regni musulmani al nord e con la nascita degli imperi hindu nel sud, si sono sviluppati vari stili di corte, molti dei quali sopravvivono tuttʼoggi.

Per quanto riguarda la musica classica (samgita), esistono due sistemi classici, quello del Nord, o hindusthani e quello del Sud, o karnatak.

Entrambi sono basati sul sul concetto di raga, una struttura musicale che ha anche un significato simbolico.


Per approfondire – Tra le strette vie di Varanasi, un uomo comincia a pizzicare le corde del suo sitar. È un caldo pomeriggio di dicembre, i tori ciondolano placidi attorniati da bambini che giocano strillando.

Mi avvicino alla piccola porticina di una casa gialla, appena dietro Asi Ghat, in una di quelle stradine perennemente in ombra, che concedono ristoro dallʼafa portata dal fiume Gange.

Dentro una stanzetta di pochi metri quadrati, con qualche tappeto in terra, le pareti ricoperte da strumenti musicali intervallate da immagini di divinità, siede lui, lʼuomo del sitar. Non ricordo il suo nome, forse nemmeno glielo chiesi ma mi invitò a entrare, sedermi e ascoltare. Suona per me un raga, quieto come solo il primo pomeriggio di Varanasi sa essere.

La musica in India pervade lʼaria, inevitabile costante che fa da sfondo alla vita quotidiana e viaggiando in India si viene sommersi da essa.

Lʼoccidente si è accorto della musica indiana in due momenti. Il primo, verso la seconda metà del Settecento, quando i coloni inglesi etichettano come barbaro ed inascoltabile quel misto di suoni dalle tonalità distorte proveniente da strumenti dalla strana foggia.

Il secondo ha segnato unʼepoca. Erano gli anni Settanta, il rock dei Beatles impazzava nelle radio e il mondo scopriva, grazie a una feconda collaborazione, il sitarista Ravi Shankar.

Certo, a livello etnomusicologico e accademico molti ricercatori si occupavano già da tempo dello studio della musica indiana, ma a Ravi Shankar, al di là del discordante riconoscimento artistico, va il merito di aver raggiunto un pubblico pop, non per forza specializzato, stimolando unʼenorme curiosità su questo mondo.

Fu come aprire un vaso di Pandora: si scoprì che la musica indiana era qualcosa di estremamente complesso, articolato e profondo. A partire dal termine utilizzato per indicare la «musica classica», samgita, parola sanscrita che letteralmente significa «con (sam) il canto (gita)» e indica la compresenza di più fattori.

Dire «musica» vuol dire quindi includere diverse componenti: il canto, la musica strumentale e infine la danza, considerata parte integrante della performance «musicale» che fa del samgita unʼesperienza unica.

Il sistema musicale indiano ha una lunga storia alle proprie spalle. Sin da tempi antichi, i sacerdoti salmodiavano i versi contenuti nei testi più antichi e sacri dellʼinduismo, i Veda. Durante i rituali, i sacerdoti cantavano accompagnandosi con sequenze di gesti delle mani e movimenti cadenzati. Non si trattava di una vera e propria performance, ma probabilmente è qui che vennero poste le basi per il concetto di samgita.

Sviluppi successivi hanno via via favorito il distacco delle pratiche musicali dallʼambito rituale. Con lo stabilirsi dei regni musulmani al nord e con la nascita degli imperi hindu nel sud si sono formati veri e propri stili di corte, molti dei quali sopravvivono tuttʼoggi, come il canto khyal o la danza kathak.

Descrivere la varietà di strumenti, generi, stili e scuole musicali presenti ai giorni nostri sul suolo indiano risulta quasi impossibile. Si possono dare, però, alcune coordinate. Esiste unʼinfinita gamma di musica popolare, che comprende le manifestazioni tradizionali delle popolazioni del subcontinente.

Il samgita, invece, si suddivide in due sistemi classici, quello del Nord, o hindusthani e quello del Sud, o karnatak.

Entrambi hanno simili caratteristiche dal punto di vista delle strutture musicali e si fondano sul concetto di raga, unʼentità composta da diversi elementi: le note con le proprie eventuali alterazioni, una scala ascendente e una discendente, fraseggi tipici che rendono più facile il riconoscimento del raga stesso.

La peculiarità del raga è quella di essere una struttura musicale cui è attribuito un particolare significato. Il carattere del raga, ciò che davvero lo contraddistingue, infatti, è dato da fattori simbolici, come il legame con una divinità (raga Bhairav, ad esempio, è legato a Shiva), un momento del giorno per la sua esecuzione (raga Lalit, con il suo temperamento sereno, è adatto ad essere suonato allʼalba) o condizioni stagionali (Megha, il raga dei monsoni).

Insieme al raga, il secondo fondamentale elemento è il ritmo, il tala, che si articola in complessi cicli basati su una ferrea matematica.

Per le discipline filosofiche ortodosse dellʼIndia, il fine ultimo della vita è la liberazione dal ciclo delle reincarnazioni, da ottenersi tramite una pratica, come ad esempio quella dello yoga. Proprio allo yoga vengono spesso paragonate musica e danza, tanto che si può parlare di un «marga samgita», la via (marga, appunto) della musica per la liberazione.

Il marga samgita si presenta come una disciplina che richiede impegno e dedizione, spesso declinate sotto forma di offerta devozionale, ma anche sotto forma di produzione artistica tout court di grande rilievo, la cui versatilità ha permesso di adattarsi a stili più contemporanei, in tutti i suoi ambiti.

Il segreto del suo successo tra il pubblico occidentale risiede, probabilmente, nelle qualità espressive di musica e danza e nella loro capacità di toccare le corde più profonde dellʼanimo umano.

Per una lettura sulla musica indiana, leggi anche: La stanza della musica di Namita Devidayal


Foto dellʼautrice, che ritrae Hariprasad Chaurasia, flautista di fama internazionale, in concerto a Piacenza.