Articolo in due minuti – Partiamo con un indovinello: all’Italia il calcio, agli USA il baseball, all’Inghilterra il badminton, all’Irlanda il golf… e all’India? ‘L’ Odissi!

La risposta più scontata sarebbe sicuramente ‘il cricket’ ma, per una volta, cerchiamo di dimenticare il retaggio coloniale del subcontinente! Ecco, dunque, qualche indizio…

L’Odissì è una disciplina molto diffusa che viene praticata indifferentemente da uomini e donne e che presenta diversi stili a seconda della posizione geografica. Tale disciplina è strettamente connessa alla musica ed è caratterizzata da gesti delle mani (mudra), spesso incomprensibili all’occhio d’un occidentale.

La storia di quest’arte tradizionale, studiata con grande dedizione anche al giorno d’oggi, è molto antica; si basa su un testo risalente a un periodo tra il 200 a.C. e il 200 d.C., il Natyashastra (letteralmente, ‘trattato sull’arte mimica della danza’).

Secondo la tradizione furono gli dei a chiedere al dio creatore Brahma di inventare per gli uomini – ormai dediti soltanto ai piaceri più licenziosi e sensuali – un espediente che desse loro anche un insegnamento morale.

Fu così composto il “quinto Veda”, redatto dal saggio Bharata su richiesta di Brahma, un testo che doveva essere accessibile a tutti.

Essendo difficile comprendere cosa si intenda con il semplificante raggruppamento “danze indiane”, concentriamo l’attenzione su uno stile in particolare, l’Odissi, uno dei più antichi e significativi della tradizione.

 


 

Per approfondire – Geograficamente parlando, l’Odissi si sviluppa nell’attuale stato dell’Orissa, nell’India centro-orientale affacciata sul golfo del Bengala. Probabilmente, il termine ‘orissa’ deriva dall’unione delle parole sanscrite odra desha, terra degli Odra, che sarebbero stati i primi Arya a insediarsi nella regione, dove già si trovavano i Kalinga e i Dravida.

In questa zona, e per queste popolazioni, la danza pare abbia un ruolo fondamentale e sicuramente vanta una tradizione consolidata. Lo dimostrano varie testimonianze artistiche: la più antica si trova nella grotta di Udayagiri, vicino Bhubaneshwar, e risale al I secolo d.C.

Qui troviamo un’iscrizione dell’imperatore jaina Kharavela, che si definisce gandharva-veda-buddha, ‘esperto nella danza, nell’arte drammatica e nella musica’. Inoltre, troviamo un fregio scultoreo rappresentante una danzatrice che viene accompagnata da quattro musicisti, con tamburo, cembali, flauto e arpa.

Il tempio forse più famoso dedicato alla danza e al dio Surya, il sole, è quello di Konarak: fu costruito durante la dinastia Ganga dall’imperatore Narasimhadeva I che regnò fra il 1238 e il 1264.

Costruito di fronte al complesso templare vero e proprio, si tratta di un ambiente completamente destinato alla danza e detto natamandir, decorato da plastiche figure femminili danzanti, accompagnate da musicisti.

Questa premessa sugli aspetti artistico-architettonici, permette di introdurre la figura fondamentale di questo stile, ovvero le mahari, danzatrici che si servivano delle strutture templari sopra descritte. Il loro compito era quello di esprimere tramite il movimento e l’azione le vicissitudini sentimentali di Krishna e la sua gopi (pastorella) preferita, Radha.

In passato le mahari godevano di enorme rilievo sociale nelle celebrazioni sia sacre che profane: infatti, in quanto eternamente coniugate con il Dio e dunque mai vedove, potevano mantenere per sempre la condizione di buon auspicio comunemente considerata delle donne coniugate.

Vi erano due categorie principali di danzatrici: le bhitar-gani mahari, cui era permesso danzare nella sala del tempio dove è conservata la murti, immagine del Dio e le bahar-gani mahari, che si esibivano nel natamandir.

A tutte era comunque richiesto di mantenere una rigorosa purezza rituale, per cui dovevano sempre indossare abiti puliti, non potevano osservare il pubblico durante la danza né rivolgere parola agli uomini nel giorno della performance.

Con il passare del tempo, la posizione sociale delle mahari andò via via in declino, sia perché la loro funzione iniziò a essere assimilata a quella della concubina, sia perché iniziò l’ascesa della tradizione gotipua, caratterizzata da ragazzi che danzavano coperti di abiti femminili. A seguito della colonizzazione britannica, la loro condizione arrivò a essere paragonata a quella di prostitute.

Fu soltanto nel 1958 che l’odissi venne riconosciuta dalla Sanga Natak Akademi  di Delhi e considerata uno degli stili di danza indiana, insieme al manipuri, kathakali, kathak e bharatanatyam. Questo ovviamente portò a una modifica dell’effettiva tradizione odissi perché, per rientrare nei canoni stabiliti dall’Akademi, fu necessario ‘sanscritizzarla’ ed emanciparla dai confini regionali.

L’attuale struttura dell’Odissi è costituita da 5 elementi: mangalacharan, batu nritya, pallavi, abhinaya e moksha.

La prima parte prevede il saluto, prima alla divinità poi agli spettatori. Generalmente inizierà con un saluto devozionale alla Madre Terra, chiamato bhumi prana, per proseguire con un’invocazione, vandan, diretta a Ganesha, Sarasvati o Vishnu.

La mudra più conosciuta è la anjali mudra, che prevede i palmi delle mani uniti fra loro. A conclusione del mangalacharan, si ha la trikhandi pranam, l’unione delle mani in tre tempi: sopra la testa, di fronte al viso e all’altezza del petto, per salutare rispettivamente gli dei, il guru e il pubblico.

La parte del batu nritya prevede l’elemento della pura danza, mentre la pallavi prevede danza del repertorio puramente odissi. L’abhinaya, danza espressiva, si costituisce fondamentalmente della danza recitata e contiene il nucleo narrativo della performance.

Qui, il sentimento che maggiormente viene espresso è quello dello shringar rasa, l’amore riferito in particolare a quello fra Krishna e la pastorella Radha.

La parte conclusiva, il moksha, generalmente richiama il fine ultimo di qualsiasi hindu, la liberazione, e la danza non manca di dimostrarlo.

Una caratteristica particolare dell’Odissi è, inoltre, l’attenzione data al trucco, all’abbigliamento e agli ornamenti. È l’Abhinaya Chandrika di Maheshwara Mahapatra, un testo sanscrito del 15° secolo, a dedicarsi all’esplicazione dettagliata di questi aspetti.

Per quanto riguarda le gestualità dello stile, varie sono le posizioni base, tra cui: sama bhanga, in cui i piedi sono paralleli e vicini; l’abhanga, che prevede un leggero sbilanciamento del corpo verso uno dei lati. Essenziale nell’odissi è il movimento del busto e dei piedi.

Dieci sono le posizioni dei piedi, il cui movimento prende il nome di cari. Alcune sono ad esempio i movimenti circolari (bhaunri), i salti (utha, utplabana), inoltre cruciali sono anche i movimenti del collo, degli occhi e della testa (bheda) e le posizioni delle mani (mudra, hasta abhinaya).

Ancora, abbiamo i bhumi cari, movimenti che enfatizzano il contatto con il suolo, e gli akashiki cari, che invece enfatizzano i movimenti di stacco dal suolo.  

Tutta questa difficile teoria e storia intricata contrastano con la semplicità e la bellezza di uno spettacolo dal vivo, in cui le ballerine paiono danzare con una naturalezza senza pari.

Se vi interessa conoscere di più sull’Odissi, non mancate di leggere: La danza Kathak dell’India del Nord.

 


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