Continuiamo il racconto a puntate del viaggio introspettivo di Elisa, con la sua nona lettera a un amico.

Nella scorsa puntata Elisa era appena partita da Uttarkashi al mattino presto, al buio e sola. Oggi la accompagniamo per le confluenze dei fiumi, luoghi sacri e purificatori.

“Cosa significa Prayag, Swamiji?”

Prayag, che ha la stessa radice di yoga, significa confluenza ma anche qualcosa che unendosi va avanti con più energia.”

“Allora prayag può essere anche l’incontro tra l’energia di due persone o tra due opposti come cielo e terra, vita e morte?”

“Ricorda, tutto ciò che, unendosi, si trasforma e rafforza è prayag.” 

(dialogo con Swami Ramaswarupananda Saraswati)

 


 

Carissimo,

Eccomi a Srinagar Garhwal, una vivace cittadina sulle rive dell’Alakananda da dove partono gli autobus per le confluenze dei fiumi e numerose altre destinazioni.

Le confluenze sono luoghi sacri nella vita di un hindu, vi si celebrano numerosi rituali, si lodano gli dei, ci si purifica. Purificarsi dai peccati commessi in vita è infatti l’obiettivo dei numerosi pellegrini che, giornalmente, seguono la via delle confluenze.

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Le cinque confluenze sacre, o Panchaprayag (Devprayag, Rudraprayag, Karnaprayag, Nandprayag e Vishnuprayag), furono raggiunte dai fratelli Pandava quando, come si narra nel poema epico Mahabharata, intrapresero il loro ultimo grande viaggio, o Mahaprasthan, verso il paradiso. Il viaggio dell’Anima.

L’autobus su cui viaggio, così come i successivi, è uno stupendo microcosmo: donne, uomini e bambini che con la loro presenza raccontano storie di villaggi, lavoro, preoccupazioni, gioie, affetti.

C’è il sadhu, la turista, lo spaccapietre, lo studente, il militare, la famigliola, l’intellettuale che esercita ad alta voce le proprie opinioni. Ci sono gli immigrati nepalesi, silenziosi, timidi. Bagagli di ogni genere disposti ovunque, canzoni indiane a tutto volume, c’è chi vomita, chi litiga, chi prega.

Per i miei numerosi spostamenti userò spesso gli autobus, alternandoli con le comode jeep condivise che passano di continuo, costano poco e si possono fermare con un gesto della mano.

Con la consapevolezza, però, che viaggiare in questo modo significa non avere più alcuna pretesa su comodità o preferenze: si viaggia anche uno sull’altro e non ci si può lamentare.

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Rudraprayag è l’incontro dei fiumi Mandakini e Alaknanda e deriva il nome da Rudra, signore delle tempeste, altro nome di Shiva, colui che ha eseguito il Tandava, una danza da cui ha luogo la creazione, conservazione e dissoluzione del mondo; ed è anche il nome della cittadina adiacente, dove visiterò i templi di Rudranath e Chamunda Devi e dove farò una delle esperienze più strane e indimenticabili del mio soggiorno in India.

Vi arriviamo nel pomeriggio inoltrato e devo sbrigarmi a trovare una camera, se voglio assistere all’aarti (rituale del fuoco) che si terrà al tramonto sul ghat (scalinata che scende fino alla confluenza), così scelgo un piccolo albergo che “sembra” promettere bene, proprio di fronte al ponte in ferro che conduce ai fiumi.

Il sole è già sotto l’orizzonte e i colori del tramonto sono pennellate gettate alla rinfusa sull’acqua, le nuvole, gli edifici.

Quando giungo al ghat, la cerimonia sta per iniziare, c’è la musica, i celebranti e i devoti in attesa. Tutto sembra essere fluido come le acque che scorrono appena sotto di noi, vibrare e cantare come le acque che incontrandosi si agitano, si mischiano, si confondono.

E mentre osservo affascinata i tre sacerdoti che roteano a turno la lampada sull’acqua e respiro quell’aria morbida, uno di loro mi porge la lampada, facendomi segno di eseguire lo stesso movimento.

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Ed ecco il fuoco che dalle mie mani si alza e abbassa e rotea dal cielo all’acqua e alla terra, circondando e abbracciando ogni cosa intorno, e benedice gli elementi e benedice me e tutti.

Pochi minuti di magia e una sensazione di benessere, di normalità e di conosciuto allo stesso tempo: quei gesti, in qualche modo, mi appartengono da sempre.

Poi vado in albergo.

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Di Rudraprayag, amico mio, ricorderò soprattutto quest’opposizione, il forte contrasto tra la leggerezza sul ghat e la pesantezza di ciò che è accaduto poco dopo, tra il fluido e il terribilmente denso.

E in mezzo a quel non so che cosa c’ero io.

L’albergo, le persone all’interno, la stanza, gli oggetti tutti – compresi i più minuti particolari – i rumori e le parole, gli odori, i colori, le impronte.

Non era semplicemente un albergo poco pulito o mal frequentato, era un luogo in cui percepivo chiaramente l’energia bassa, bassissima. Tutto sembrava così denso da apparire appiccicoso, vischioso, tanto da sentirmi afferrata, assorbita. Sensazioni bruttissime che sembravano non aver fine.

L’indomani mi sono alzata prestissimo per andare via e quando ho iniziato a rifare lo zaino sembrava che non potessi mai finire. Era come se il tempo si volesse bloccare lì.

È stato orrendo e stavo quasi entrando nel panico. Non riuscivo ad andare via da quel luogo! Fino a molte ore dopo, sull’autobus per Karnaprayag, potevo sentire quell’orrenda sensazione e ancora oggi, come una macchia indelebile rimasta nella mente.

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L’arrivo a Karnaprayag (confluenza tra l’Alaknanda e il Pindar) mi distrae, per fortuna, da quelle recenti e contrastanti memorie.

L’abitato appare vivace, pieno di negozi, giovani, turisti. Scendo al ghat, scatto delle foto, mi fermo in ascolto, mangio dei dolcetti tipici e del Larsi. Non avverto l’energia potente e quasi fisica di Rudraprayag, tutto è tranquillo.

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Non c’è ragione per restare, così procedo per Nandaprayag (confluenza tra l’Alaknanda e il Nandakini). Anche questo è un luogo e una confluenza che sembrano volermi spingere avanti.

Scelgo allora di continuare fino a Badrinath, da cui spero di visitare Vishnuprayag (confluenza tra l’Alaknanda e il Dhauli Ganga). Il giorno inizia a scivolare via, le nuvole rendono tutto  più scuro, e io stanca e stretta ad altre otto persone vado dove mi spingono i fiumi.

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Immagini 1, 4, 5 dell’autrice

Immagine 2 tratta da daily.bhaskar.com

Immagine 3 di Vvnataraj

Immagine 6,7,8 tratta da chardham-tours.com