Continuiamo il racconto a puntate del viaggio introspettivo di Elisa, con la sua ottava lettera a un amico.

Nella scorsa puntata Elisa era appena tornata dal suo viaggio alla sorgente del Gange. Oggi ci racconta di una piccola pausa nel suo viaggio, con una riflessione sul non-attaccamento.

“Devi imparare ad amare con il cuore. Perché è con la mente che comunemente amiamo: tutto e tutti solo come oggetti. Questo tipo di amore crea attaccamento, trasforma l’Altro in un oggetto da usare.

Devi imparare a seguire vairagya, il non-attaccamento. Le emozioni forti che legano devono trasformarsi in amore.

E l’unico modo perché ciò accada è amare il divino che c’è in ogni cosa, in ogni essere e non la loro forma, l’oggetto, l’uomo, la donna.”

(Swami Ramaswarupananda Saraswati)


Carissimo,

Sulla strada per Uttarkashi, mi sembra di tornare a casa.

Comincio ad amare questi tornanti, gli strapiombi, i clacson, la guida spericolata degli Indiani. Non potrei mai stancarmi di questi paesaggi, di quest’aria.

Uttarkashi per due notti ancora, il tempo di riposarmi e continuare il viaggio.

Ho intenzione di proseguire per le cinque confluenze sacre dei fiumi, o Panchaprayag, salendo fino a Badrinath, e sicuramente voglio trascorrere un paio di giorni a Rishikesh.

Non so se andrò da qualche altra parte. Deciderò lungo il tragitto.

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Intanto eccomi qui, ancora ospite di Swami Ramaswarupananda Saraswati, cottage numero 18.

Riecco il fiume e la sua voce, il prato, i fiori, la grotta. Lavo tutti gli indumenti che ho perché ne avevano bisogno, approfitto dell’acqua calda, distribuisco i regali da parte mia e di Mr Surendra, imparo a fare il chapati, mi godo l’ottimo chai di Mataji, la cena, le stelle.

La sera, la mia compagna giapponese di meditazione Souzu mi consiglia un pediluvio in acqua calda e sale, dice che dormirò bene e in effetti trascorro una notte tranquilla.

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Cosa posso raccontare a Swamiji della mia ascensione alla sorgente?

“Quando tornerai da Gangotri, vieni ancora da me. Allora mi dirai se questo viaggio interiore ti ha fatto capire chi sei. Trova la sorgente e sii sorgente” – mi disse prima di partire.

Lo guardo negli occhi certa di cogliervi della delusione. Gli racconto del viaggio, di Mr Surendra, delle coincidenze, della bellezza della foresta e del fiume, dell’incontro con Giuseppe Cederna.

Gli confesso che non ho delle vere risposte. Che lungo il sentiero non ho trovato altro che la mia mente, i miei pensieri. Che alla fonte, per quanto mi guardassi intorno, per quanto cercassi di sentire, tra il silenzio e le parole, non ho trovato altro che me.

“È normale che tu abbia trovato ovunque te stessa”. – osserva con serietà. “Sei il centro del tuo universo…”

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L’indomani mi sveglio con te, amico mio, nella testa e nel cuore.

È un giorno propizio, l’ultimo mio giorno di permanenza a Uttarkashi. È Ganesha Chaturthi, la festa dedicata a Ganesh, il dio dalla testa di elefante, molto amato in India, e adorato come dio della saggezza, prosperità, buona fortuna e che aiuta a raggiungere i propri obiettivi.

Io, in questa giornata, ho l’occasione (e la fortuna) di partecipare alla celebrazione che si tiene presso il Sivananda Ashram.

Sono sempre stata attratta dalle pujia e dagli antichi rituali. Indipendentemente dal fatto di abbracciare o meno una religione o uno stile di vita, l’energia che scorre nella sacralità dei gesti è viva, differente, si sente sia nel corpo che nell’anima. Inoltre la festa dedicata al dio elefante mi è particolarmente cara.

Che bello poter stare in compagnia di tante persone sagge e assistere a dei rituali che si tramandano da secoli! Gli stessi gesti, significati, oggetti che si rinnovano, tuttavia, a ogni celebrazione.

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C’è la statua del dio e le lampade, la conchiglia, i fiori rossi. Le offerte di cocco, farina di riso, di latte. Durante la celebrazione vengono anche distribuiti i ladoo, dolci tipici indiani, e la frutta.

L’officiante invoca la presenza del dio nel simulacro, si esegue la pujia e si recitano gli inni sacri tratti dai Veda e dalle Upanishad.

Io osservo, ascolto. Mi sento parte di qualcosa di molto più grande e senza tempo e mi sento a mio agio e  grata.

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Nel pomeriggio mi reco a Uttarkashi-centro per chiedere informazioni dettagliate circa gli autobus per Srinagar, città da cui  partono i mezzi per raggiungere tutte le destinazioni.

Prima tappa del Panchaprayag sarà Rudraprayag, la confluenza dei fiumi Mandakini e Alaknanda, distante da Uttarkashi circa 175 km e dove credo pernotterò.

Il restante pomeriggio lo trascorro in meditazione, cercando quella forza e quella motivazione che d’un tratto mi vengono a mancare. Improvvisamente sembra che ogni cosa abbia perso di significato.

Continuare il mio viaggio, per incontrare cosa? All’interno di una matassa di pensieri, crearne altri e altri ancora?

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Cosa voglio davvero? Se la vita è maya, illusione, perché continuare ad alimentarla? Forse quel che vogliamo è piuttosto la conoscenza di ciò che è oltre?

Se noi siamo quel sostrato che regge maya, se noi siamo tutto e ogni cosa che esiste è pensiero, cosa mi spinge avanti e perché? Perché piuttosto non fermarsi ora? Oppure è solo paura, dubbio, delusione?

E se il corso del fiume non si può interrompere per giungere direttamente al mare, come renderlo esattamente come vogliamo? Come essere felici in vita, qui e ora?

Domande, domande, so che è la mente che parla. “Fa solo quello che devi fare” – mi suggerisce Swamiji. “Segui il tuo programma, il resto verrà da sé”.

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Preparo lo zaino, scarto parecchie cose che lascio in uno zainetto a Swamiji. Gli lascio anche la mia guida dell’India e il libro di Cederna: devo viaggiare più leggera possibile.

Da domani me la dovrò cavare con le mie forze. Niente di prenotato, nessuna guida o amico che mi aspetta, nome di albergo, consiglio da seguire.

Solo un fogliettino dell’impiegato del centro turistico su cui sono segnati i km tra una confluenza e l’altra.

Vada come vada, non posso sempre dipendere dall’aiuto degli altri. Lascio anche il mio bastone. “Di questo non avrò più bisogno! (almeno spero…)” – dico con sorridente sicurezza, porgendolo a Swamiji.

Ci salutiamo, saluto tutti.

L’indomani vado via con un magone dentro, al buio, molto presto, e sola.


 Immagini dell’autrice