Continuiamo il racconto a puntate del viaggio introspettivo di Elisa, con la sua quarta lettera a un amico.

Nella scorsa puntata Elisa era appena arrivata a Uttarkashi. Oggi ci parla di che cosa significhi avere un Maestro.

Maestri. A volte pensiamo di non aver bisogno di nessuno. Che sia possibile conoscere tutto o quasi solo con la volontà e l’impegno.

Insegnanti sulla nostra strada, senza dubbio: ogni persona o situazione in cui ci imbattiamo ci dona qualcosa.  Ma un Maestro spirituale è qualcosa di più. 

Chi sono i Maestri allora?

Maestro è chi riconosciamo tale, Maestro è la parte divina in noi che si fa carne per ricordarci chi siamo, Maestro è lo specchio che non avrà pietà nello sfidarci a guardare la bellezza e l’orrore che ci compone. L’ombra e la luce.

Maestro è la nostra anima che si rivela.


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Carissimo,

Nella tradizione indiana i Maestri sono particolarmente venerati e rispettati.

Appartengono a un lignaggio (parampara) che da generazione in generazione permette di tramandare gli insegnamenti della conoscenza rigorosamente integri, così come furono elaborati.

I centri spirituali, là dove si ha modo di insegnare e apprendere, donare e ricevere, sono gli ashram.

Luoghi vivi non solo di cultura e tradizione, mete per cercatori e pellegrini, ma spesso anche punti di riferimento per la gente del luogo, sopperendo alla carenza di assistenza sanitaria, alimentare, istruzione ecc.

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Al Sivananda Ashram, a Ganeshpur, incontriamo il suo fondatore: Swami Premananda, un uomo di ottanta anni con un sorriso contagioso.

Diretto discepolo di Swami Sivananda ha studiato sanscrito, Vedanta e yoga, per dedicarsi, infine, all’insegnamento e a numerose attività caritatevoli ed educative.

Ci accoglie con gentilezza. Ammetto di esserne un po’ intimorita e, dopo avergli donato le mele comprate cinque minuti prima in città, mi prostro ai suoi piedi toccandogli i sandali.

È un gesto di rispetto per saggi e anziani, comune qui in India, che spesso cozza con il nostro altezzoso modo di relazionarci occidentale.

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L’ashram è immerso nel verde ed è pieno di vita: samnyasin con i loro abiti arancioni, studenti di tutte le età, bambini, ragazze che qui hanno l’opportunità di seguire programmi di emancipazione.

L’energia che vi si respira è differente, mi entusiasma e intimorisce allo stesso tempo, tra tutte queste persone, tra tutta questa saggezza.

Distante un centinaio di metri dall’ashram, attiguo al villaggio di Ganeshpur, si trova il kutir di Swamiji (Swami Ramaswarupananda Saraswati), dove  sarò ospite due giorni prima di partire per Gangotri.

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Il cottage di Swamiji, insieme ad altri più piccoli per gli ospiti dell’ashram, è posizionato proprio sulle rive del Bhagirathi ed è ricavato all’interno di una grotta.

Immagina: un fiume che scorre impetuoso tra le rocce, le rive verdi d’erba e di alberi, fiori ovunque, siepi, terrazzini, giochi di luce, profumi, farfalle, canti di uccelli.

Sulla sponda opposta colline ricoperte a perdita d’occhio da foreste verde scuro. Ti sarebbe piaciuto.

“È qui che abita Shiva.” – mi dice Swamiji. “Queste colline, montagne, foreste, sono sacre a Shiva e lui è qui. Lo senti?”

Immergo i piedi nell’acqua ed è fredda, limpida, viva. Lei è Madre Ganga che scorre tra i capelli di Shiva. La foresta e il fiume.

“Una volta ho visto una tigre. Era proprio qui e aveva appena ucciso una mucca” – mi fa segno.

“La tigre è il nostro Ego?” chiedo al Maestro.

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Swami Ramaswarupananda, discepolo di Swami Chidananda, formatosi al Sivananda ashram di Rishikesh, è un grande conoscitore della tradizione vedantica ed esperto insegnante di tecniche Yoga.

Ha viaggiato come conferenziere in tutto il mondo, diffondendo il messaggio dello Yoga e del Vedanta.

“Adesso che non sono più così giovane è il mondo che viene da me!” Sorride, alludendo a tutte le persone che lo vengono a trovare.

Qui al villaggio lo amano tutti. È una persona disponibile, generosa, spontanea e soprattutto gentile.

“Swamiji è la personificazione della gentilezza” mi dice Mataji quel pomeriggio, mentre conversiamo sulla panchetta osservando lo scorrere del fiume.

Mataji studia la Bhagavad Gita quando non ha qualche incombenza.

“Tu l’hai letta?” “Solo fino al quinto capitolo”, confesso io.

E ammiro quella donna dagli occhi luminosi che serve il suo Maestro con rispetto e amore e s’impegna per la propria crescita spirituale.

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La mia casetta è proprio sul fiume, in fondo al sentiero. Sistemo i bagagli e penso a quanti sadhaka (ricercatori spirituali) hanno soggiornato tra queste pareti, di quanta energia sono impregnate.

La notte mi addormento con i suoni del fiume, la sua voce che mi racconta delle storie. Sogno la foresta e Shiva, Ganga, la tigre e me stessa.

Il giorno successivo visito i dintorni. Ganeshpur è un minuscolo villaggio sopraelevato a cui si accede tramite una gradinata. Un agglomerato di casette rurali, suddivise da viottoli.

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Vi passeggio e vedo bambini che giocano in strada, donne che in un cortiletto puliscono il riso dalla pula, odori di cibo, spezie, animali. Sembra un vivere d’altri tempi, lavoro duro ma con ritmi lenti.

L’indomani parto per le montagne.

Alle sette il sole sorge da dietro le colline e quando i primi raggi inondano di luce l’acqua e si rifrangono nell’aria, tutto appare incantato. Mi soffermo sulla piattaforma della meditazione, poi il chai e la colazione.

Swamiji mi ha aiutato a pianificare l’intero percorso fino a Gangotri, procurandomi il mezzo di trasporto e addirittura la guida al mio arrivo.

“Per noi un ospite è come Dio”. Mi disse, appena conosciuti.

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Sono eccitata per questa nuova avventura, tuttavia non nego di avere un po’ d’ansia. Ce la farò ad arrivare fino al Gaumuch? Ce la farò a trovare la Sorgente?

“Quando tornerai da Gangotri, vieni ancora da me. Allora mi dirai se questo viaggio interiore ti ha fatto capire chi sei.” Lo saluto, saluto il fiume, gli altri.

Chi sono e perché sono? – mi chiedo inquieta.

Salgo sulla jeep condivisa con altre sette persone, mi aspettano sei ore di guida spericolata tra curve, strade sterrate e frane. Meno male che ho con me i braccialetti per la nausea.

“Trova la sorgente e sii sorgente”.

Non so che mi aspetta, ma è bellissimo.


Immagini 1 -2- 3 – 5 -7 -8 – 9  dell’autrice

Immagine 4 tratta da: ramanan50.wordpress.com

Immagine 6 tratta da: missionsharingknowledge.files.wordpress.com