Continuiamo con il racconto a puntate del viaggio introspettivo di Elisa, con la sua quinta lettera a un amico.

Nella scorsa puntata Elisa ci aveva raccontato dei Maestri. Oggi la ritroviamo che si incammina verso le sorgenti di un fiume. Del Fiume.

“O Krishna, la mente è inquieta, impetuosa, ostinata, difficile da dominare come il vento”.    (Bhagavad Gita, cap. 6, v.34)

Arjuna, rivolgendosi a Krishna, nella Bhagavad Gita, è consapevole della difficoltà dell’impresa, ovvero rendere la mente disponibile a se stessi per poter continuare nel percorso di consapevolezza.

Ancora, nel Viveka Chudamani – un testo di Shankaracharya – un sadhaka (ricercatore spirituale) per conoscere se stesso, ovvero raggiungere l’unione con la Totalità o Brahman, deve possedere quattro qualifiche: 

“La prima è la discriminazione tra reale e irreale, la seconda è il distacco da ogni frutto dell’azione sia in questo mondo sia in altri, la terza è costituita dal gruppo delle sei qualità (la calma mentale, il controllo dei sensi, compiere i propri doveri, la pazienza, la fiducia, la fermezza mentale) e la quarta è l’aspirazione ferma e ardente alla liberazione.”


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Carissimo,

Ogni tanto controllo le mie qualifiche spirituali.

Questa ce l’ho e questa mi manca. Quest’altra mi manca, questa pure…

Beh non sono messa bene. Però, tutto sommato, ho la tenacia, che non è male. Anche quella però, a volte, vacilla.

Amico mio, si dice che per comprendere se stessi non sia necessario scalare montagne, viaggiare migliaia di chilometri, vivere in una caverna, scrutare visi, studiare testi e ascoltare parole su parole.

Si dice che Tutto sia già in noi, qui e ora, luce e ombra.

Io, comunque. per andare sul sicuro, un piccolo trekking sull’Himalaya me lo concedo.

Non si sa mai riesca a capire cosa sia la realtà, la fonte da cui nasce, me stessa. Per quanto riguarda vivere in una caverna… ci penserò.

In sei ore di curve e clacson, chiacchiere in hindi dei miei compagni di “jeep shared”, canzoni indiane a tutto volume, preghiere e mal d’auto, di tempo per pensare ne ho tanto.

Ogni tanto ci fermiamo per un chai time o mangiare qualcosa in una dhaba.

Abbiamo anche un piccolo incidente con una camionetta della polizia in cui perdiamo un finestrino, fortunatamente non c’è molto freddo e proseguiamo.

Arriviamo a Gangotri verso ora di pranzo. Dovrebbe esserci la mia guida ad attendermi, ma non vedo nessuno. La mia SIM indiana non funziona e non posso chiamare.

Sono stanca e non ho nessuna voglia di discutere con le decine di giovani e meno giovani che mi tallonano per offrirmi servizi, hotel, ristoranti, oggetti.

Mi siedo a un tavolino di un minuscolo ristorante e rinvio il da farsi a dopo pranzo. Ma i più tenaci si siedono accanto continuando con i loro monologhi.

Il cibo è troppo salato e mi secca mangiare con tanti occhi puntati addosso, mi spazientisco, ne rimane uno. Gli dico, con avanzi di gentilezza, che cerco la mia guida, il cui nome è Mr Surendra. Ovviamente è anche il suo nome. Non so se ridere o piangere.

Gli chiedo il suo numero di telefono che deve corrispondere con quello che ho io e che, infatti, non combacia. E, quando sto per decidere di lasciar perdere e cercarmi da sola stanza e guida, ecco che, dal nulla, appare un altro Mr Surendra il quale, timidamente, si scusa di avermi fatto attendere. Supera la prova telefono: è lui.

Il ragazzo, che ha solo ventitré anni, è la guida che ha contattato Swamiji e di cui lui si fida, quindi va bene anche per me. Mi accompagna in un albergo poco lontano dove ha già prenotato una camera, mi sistemo, riposo.

Tutto va bene. Mi rendo conto che, da quando sono in India, è sempre così. Ogni cosa alla fine si sistema, sempre.

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Nel pomeriggio visito Gangotri.

La cittadina, posta a un’altitudine di 3.752 metri, ha meno di mille abitanti ma ogni anno ospita migliaia di pellegrini e turisti, ed è attraversata dal Bhagirathi, o Ganga, che scorre impetuoso e fragoroso, tra rocce enormi.

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Fu qui che la dea Ganga scese sulla Terra dopo essere rimbalzata, smorzando così la sua furia, sui capelli di Shiva.

Madre Ganga viveva un tempo in cielo ma discese sulla terra richiamata dalle preghiere dei fedeli, disperati per una terribile siccità e grazie alla penitenza di un re giusto e nobile di nome Bhagiratha che pregò Brahma affinché Ganga potesse lavare i peccati dei suoi antenati.

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Alle luci del tramonto, presso il tempio, insieme a una folla di devoti, seguo il Ganga-aarti (cerimonia del fuoco che purifica), e penso al flusso della vita rappresentato da un fiume irrequieto che, pur donando la vita e purificandola, può spazzare via ogni cosa, se non ben guidato, compreso Shiva che vive tra queste foreste, se non avesse controllato i propri pensieri e trattenuto tra i suoi riccioli la dea, per poi lasciarla andare pian piano.

La vita, il divenire, la grazia divina, i nostri pensieri e la mente, noi.

Quella notte i sogni s’intrecciano a se stessi, in una confusione di luoghi e tempi.

Sogno d’essere in Italia e di star sognando l’India. In fondo, cosa è più probabile? Io, seduta a un tavolo di una pizzeria con vecchi amici o io coricata su un letto in una stanza ghiacciata di un albergo sull’Himalaya?

L’indomani è il gran giorno.

Dopo la doccia (fredda), mi sento piena di energia e pronta ad affrontare la salita verso il ghiacciaio. “Perché devo avere una guida? Potrei farcela benissimo da sola” – penso. La mia arroganza fortunatamente viene messa da parte dalla fiducia: se Swamiji ha predisposto così, un motivo ci sarà.

Mister Surendra è puntuale, facciamo colazione insieme, lui non parla benissimo l’inglese ma in fondo neanche io e in qualche modo ci capiamo lo stesso. Giubbotto, guanti, cappello: tolgo tutto perché c’è una bellissima giornata di sole.

“Guardati intorno: c’è Shiva tra queste montagne!”, ripenso alle parole di Swamiji.

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C’è un sentiero da seguire, tutto in salita: un piede dopo l’altro, con l’aiuto del mio bastone: il viaggio continua!


Immagini 1, 2, 3, 4, 6 dell’autrice

Immagine 5 tratta da healinghaven.typepad.com