Continuiamo con il racconto a puntate del viaggio introspettivo di Elisa, con la sua seconda lettera a un amico.

Nella scorsa puntata l’abbiamo lasciata all’aeroporto di Delhi e la ritroviamo oggi all’esplorazione della capitale indiana.

Delhi. Mi sono più volte chiesta che impatto avrei avuto con questa metropoli da 13 milioni di abitanti e i suoi due nuclei, l’antico e il nuovo.

Delhi con i suoi quartieri popolari, residenziali, i mercati convulsi e colorati, dalle strade ingorgate, inquinate e rumorose, la folla, i templi.

Delhi la bella, la regina, immensa, odorosa, dalle strade larghe e ampi spazi verdi, dai vicoli polverosi e baracche cadenti.

Delhi dei mendicanti, degli uomini d’affari, dei politici, dei poeti e, per tre giorni, casa mia.

“Child, how happy you are sitting in the dust, playing with a broken twig all the morning. […]  

I spend both my time and my strength over things I never can obtain. In my frail canoe I struggle to cross the sea of desire, and forget that I too am playing a game”.    

(Rabindranath Tagore, Playthings)


Carissimo,

Il giorno in cui sono arrivata, c’era sciopero dei taxi prepagati e dei risciò. Una folla immensa si è riversata nella metropolitana e, tra quella folla, c’ero anch’io.

Ho indossato la mia shalwar kameez (maglia lunga con pantaloni larghi), con la dupatta (sciarpa), come usano qui le donne, e mi sono diretta alla scoperta della città. Prima tappa: l’International Tourist Bureau, presso la stazione ferroviaria di New Delhi.

Il libro di Cederna, di cui ti ho accennato, mi aiuta descrivendo esattamente dove, come e cosa chiedere. Mi mette in guardia da truffatori che tenteranno di abbindolarmi durante il breve tragitto tra l’ingresso della Stazione e l’Ufficio.

Fortunatamente non ho problemi e faccio i miei acquisti: un biglietto in seconda classe e aria condizionata per il treno notturno Mussoorie Express, destinazione Haridwar, con partenza due giorni dopo.

Riprendo la metro e torno nel “mio” quartiere, Karol Bagh, dove mi soffermo a gustare del cibo di strada: veg momos, c’è scritto sul cartello esposto. Involtini vegetariani accompagnati da due tipi di salse, sono buonissimi. Momo vegertariani

L’indomani decido di visitare il Red Fort, patrimonio Unesco, la più grande area monumentale di Old Delhi situato lungo il fiume Yamuna e che fu il palazzo del Gran Mogol Shah Jahan.

Come mezzo di trasporto decido di utilizzare i risciò. Comodo e veloce se si contratta la tariffa e si chiarisce, prima di salire, la destinazione senza fermate intermedie come agenzie di viaggio e bazar vari.

Red Fort

Il Forte è maestoso con i numerosi padiglioni, gli appartamenti imperiali, i viali, le fontane, i giardini e, mentre passeggio, libera dal flusso caotico della città, riesco a percepire ciò che ho attorno senza giudicarlo o esserne trascinata via; il vento tra le foglie, gli uccelli, il cielo.

“Stiamo giocando, non vedi?”

Se dico che mi sembra tutto “finto” mi intendi? Osservo e, sebbene senta e comprenda, ogni cosa scorre via come in un film. Era questo che volevi spiegarmi quando mi suggerivi di osservare dall’alto ed “essere oggettivi”?

Il Mausoleo di Humayum, anch’esso patrimonio Unesco, è un complesso di edifici consacrati all’imperatore moghul Humayun. Si tratta della prima tomba-giardino in India il cui stile architettonico ispirò il Taj Mahal di Agra.

Mausoleo di Humayum

È situato nel quartiere di Nizamuddin East dove si trova anche il Santuario del santo sufi Nizam Uddin Aulya, inserito all’interno di un coloratissimo bazar.

Compro petali di rose, incenso e riso dolce, le offerte per il santo e, tolte le scarpe e coperto il capo, mi inoltro per gli stretti vicoli labirintici. Incrocio abitazioni, bancarelle, file di mendicanti, bambini vocianti, fino a quando il santuario appare d’improvviso, modesto, colorato, rumoroso, affollatissimo.

C’è l’energia della devozione, della preghiera, della fede.

Rientrata nel flusso della città decido di visitare il Palika Bazar, un enorme mercato sotterraneo in cui si vende di tutto e dove una miscela di aromi di spezie, cibo, fragranze profumate e anche odori corporali, insieme alle voci ossessive dei venditori mi frastorna e spinge a “fuggire” alla luce del sole.

È l’ora di pranzo e scelgo un ristorante specializzato in cucina vegetariana del sud, dove mi godo, insieme all’aria condizionata, un piatto di thali, abbondante, gustoso, per soli 4 €!

Thali

Mi dimentico, a volte, quanto sia semplice farsi trascinare dal proprio ego e, di conseguenza, come le persone possano deluderci o farci arrabbiare. Non sempre ce ne accorgiamo.

In pratica subisco la combutta di una congrega di autisti di risciò che si ripartiscono il territorio e quindi anche la mia chiamata, possibilità di contrattazione compresa.

Mi indigno, cerco di reagire, poi mi guardo intorno. Non è solo questione di qualche rupia in più o in meno anche se, come mi è stato fatto notare “qui in India ogni singola rupia è importante”, bensì di non farsi trasportare e di comprendere situazioni e persone.

Mi rendo conto che, quando sorrido o parlo con gentilezza, nella stragrande maggioranza dei casi, ricevo in cambio la stessa moneta. Solo che non è facile stare in equilibrio.

Questa sera, amico mio, sono scura. Come il cielo serale alla Old Delhi Station. E pesante. Come l’enorme zaino che mi sovrasta e come gli odori di urina e sudore percepibili in ogni angolo, gradino su cui mi siedo, in attesa del Mussoorie Express.

Stazione di Delhi

Binario 16. Osservo la gente che va e viene, i vagoni che straripano, le famiglie che siedono a terra e consumano la loro cena, i bambini, i sari, i doti, le sciarpe, i turbanti, le trecce, i baffi, i volti seri, indifferenti, allegri e tanti bellissimi occhi neri.

L’altoparlante ricorda senza tregua arrivi e partenze, compro dell’acqua e del cibo in un minuscolo banchetto: ceci, riso e piselli e una brodaglia che ricorda vagamente il dahl.

Binario 16, stazione di Delhi

Questa sera, amico mio ti penso e mi penso. Questa sera osservo dall’alto e anche dal basso, dentro e fuori di me, in questo tempo che sembra immobile, in questa stazione fatta di vita, che così tanto mi somiglia, qui e ora io sono.


Immagini dell’autrice