Continuiamo il racconto a puntate del viaggio introspettivo di Elisa, con la sua sesta lettera a un amico.

Nella scorsa puntata avevamo lasciato Elisa all’inizio di un sentiero di montagna tutto in salita. Oggi la accompagniamo lungo questo sentiero.

“Vivere: basta uno sguardo. Devo solo alzare la testa e il mondo s’apre davanti ai miei occhi, mi sale nel cuore.

All’interno degli occhi chiusi, chiudere un’altra volta gli occhi, allora anche le pietre sono vive”.

(Marion, dal film “Il cielo sopra Berlino”).


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Carissimo,

eccomi qua,  pronta a iniziare l’ascesa, con la mia guida, lo zaino, il bastone.

“Allora Mr Surendra, mettiamo le cose in chiaro: I don’t want to run, I want to enjoy the road and the landscape and I want to be alone with myself. So, you go on and I continue slowly. Is it ok?”

“No”.

A parte il mio inglese poco chiaro e il suo ancora meno, capisco che non ha intenzione di fare ciò che gli ho detto, l’ha promesso a Swamiji che si sarebbe preso cura di me.

Mi porta lo zaino e mi indica i picchi rosa dei monti illuminati dal sole appena sorto.

“That one is Shivling Mountain, sacred to Shiva”.

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Qui tutto è sacro a Shiva. La terra che calpesto, questi alberi che ombreggiano il sentiero, i piccoli fiori azzurri che fotografo, i serpenti e le lucertole che scivolano tra le rocce.

Vi sono diciotto chilometri per il ghiacciaio, quattordici per Bhujbasa, dove pernotteremo.

Il sentiero all’inizio è sufficientemente praticabile, sale e scende tra sterrato e lastricato, largo circa un metro e mezzo.

A destra, giù a strapiombo, scorre il Bhagirathi, a sinistra scivola il fianco della collina ricoperto di abeti, rododentri, fiori, cespugli di tulsi selvatica dal pungente profumo.

Poi continua a salire diventando più difficile e insidioso. Massi da aggirare o su cui arrampicarsi, stretti pendii scoscesi su dirupi, zone scivolose o franabili.

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Dopo ripetute insistenze Mr Surendra decide di procedere avanti, lasciandomi sola con i miei pensieri e la voglia di godermi il viaggio. Lo ritrovo però dopo appena poche centinaia di metri.

Allora mi fermo anch’io per riprendere fiato, bere dalla borraccia, mangiare qualche biscotto, chiacchierare.

Pochi minuti e si ritorna sul sentiero. Ci sono tratti che non mi permette di percorrere da sola, come lo strettissimo budello che circonda una vasta zona di collina franata.

“Perché?”, chiedo io, ad alta voce. “Cosa c’è di così pericoloso?”

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Con urgenza mi impone il silenzio e mi indica a gesti sassi, terra e perfino grossi massi che regolarmente rotolano a valle. La collina continua a franare e ogni giorno decine di persone ne percorrono i fianchi!

Ma io mi sento al sicuro.

Il sentiero a volte sembra scomparire tra massi e sterpaglie.

“Dove sarei finita, senza la mia guida?” Penso, ma non lo confesso.

A un certo punto c’è da attraversare un fiume. Non era previsto, di solito in questo periodo questo affluente è solo un rigagnolo, ma adesso fluisce da far paura.

Anche Mr Surendra ha qualche attimo di esitazione. Poi  lancia zaino e scarpe sull’altra sponda e mi dà la mano.

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Effettivamente, non appena poggio i piedi sui sassi lisci, qualche piccolo timore di essere trascinata dalla corrente fino a valle, mi viene.

Ma il mio bastone puntella bene tra la sabbia sostenendomi, mentre la mia guida mi tira (letteralmente) verso la riva opposta.

Beh, ce l’abbiamo fatta! E stavolta confesso apertamente alla mia guida – che ringrazio – e a  me stessa, che da sola non sarebbe stato possibile.

Giungiamo presso uno spiazzo dove si trova l’unica dhaba del tragitto, piuttosto malmessa, ma davvero provvidenziale. Prendiamo un chai, ci riposiamo.

“Quante ore mancano per l’accampamento?” Chiedo con disinvoltura. Mr Surendra mi guarda e sembra riflettere, poi serio: “If I was alone, three hours. With you… much, much more.”

Ah, ecco! – penso. E rispondo, nel mio peculiare english: “When I was your same age, I was much, much more fast than you!”

Avrà capito? Boh. Sorride, continuiamo.

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Trascorrono le ore e il sole scende all’orizzonte, la stanchezza comincia a farsi sentire, io ho però il mio bastone e non voglio affrettarmi, è il viaggio che mi voglio godere. Ed è tutto così bello!

Ganga ci segue con la sua voce, ogni tanto sembra scomparire riducendosi, per poi apparire impetuosa, mentre il paesaggio muta velocemente via via che saliamo di quota.

La vegetazione si fa più rada, aumentano zone di prateria, cespugli bassi, fiori che ricordano quelli presenti nelle nostre zone alpine.

I pensieri vanno e vengono, ritmicamente con il respiro, a volte si perdono tra questi paesaggi, a volte tornano prepotentemente.

Sento che camminare mi fa bene, che ne vale davvero la fatica. Penso a tutto ciò che vorrei lasciare per strada: le mie paure, le insicurezze, ciò che mi lega. Vorrei lasciare tutto qui e avere una risposta quando tornerò a Uttarkashi.

Nei pressi di Bhujbasa incrociamo un branco di Bharals, un tipo di antilope di montagna, li fotografiamo da tutte le angolazioni, non è così comune incontrarli!

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Giungiamo all’accampamento e prendiamo un posto letto in una camerata della guest house governativa.

Mangio qualcosa presso la piccola cucina che fa da ristorante, poi provo a dormire.

Provo, perché l’intera notte trascorre tra continui e rumorosi vai e vieni di persone, topi che scorrazzano sul tetto di lamiera e lungo le pareti, vicini di letto che chiacchierano, accendono torce che sembrano fari e fumano.

Alle sei è ancora buio e si parte.

“A che ora arriveremo al ghiacciaio?” – chiedo, mentre tremo infreddolita, nonostante cappello, guanti, e strati su strati di indumenti.

“If I was alone, at 8 o’clock. With you, much, much more…”

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Mentre l’alba annuncia una nuova splendida giornata, il sentiero sale per gli ultimi centinaia di metri che sembrano i più difficili.

Incrociamo gente che già scende o ci sorpassa: “Namaste, Namaste!”

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Il paesaggio è lunare: pietre e polvere. In uno slargo ci sono mucchi di pietre in equilibrio, un piccolo tempietto dedicato a Shiva, lo shivalingam con le offerte.

E, tra dedali di sassi, giungiamo alla “bocca della mucca”, laddove ogni cosa ha inizio, l’incontro con la Madre.


Immagini dell’autrice.