Continuiamo il racconto a puntate del viaggio introspettivo di Elisa, con la sua settima lettera a un amico.

Nella scorsa puntata avevamo lasciato Elisa alla “bocca della mucca”, ai margini del ghiacciaio. Oggi la ritroviamo alla sorgente del Gange, la meta del suo lungo percorso.

janma-mṛtyu-jara-vyadhi-duḥkha-doṣanudarśanam

Questa lunga parola, è un nome composto sanscrito che vuol indicare un atteggiamento rigorosamente oggettivo verso la vita.

Noi vediamo (anu-darśanam, nel senso di conoscere ripetutamente) le limitazioni (doṣa) della vita.

Con la nascita (janma), giungono limitazioni come la morte (mṛtyu), la vecchiaia (jara), la malattia (vyadhi) e il dolore di tutti i tipi (duḥkha, interno ed esterno).

Si tratta di un valore importante che Krishna insegna ad Arjuna (nella Baghavad gita). Lo scopo è quello di spostare l’attenzione sulla necessità di vedere la vita oggettivamente, così com’è, in modo da essere in grado di utilizzare il tempo a propria disposizione in questo momento.

Se si fa uso del tempo coscientemente, si è un maestro, uno swami del tempo.

(Swami Dayananda Saraswati, The Value of Values)


 

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Carissimo,

Camminare, un passo dopo l’altro, un metro, e poi dieci, cento. Sul sentiero che a volte sembra scomparire, ma che ti segna comunque la via, con la polvere, il sole che traccia il suo arco, le ombre che ti seguono e mutano, così come i pensieri.

Camminare, che sembra la cosa più naturale, non senti dolore ma lo sforzo sì e la stanchezza si placa con cinque minuti di pausa e di respiro controllato.

Camminare, tra una natura che è apoteosi, ed è selvaggia, benigna e padrona, non più ancella in parchi e cespugli tra smog e immondizia.

Camminare, con una meta che in fondo è solo un pretesto, perché il bello e il senso del percorso è proprio il percorso stesso.

Camminare, anche con le scarpe rotte (sì, è successo davvero) ma che importanza ha se riesci ad andare avanti ugualmente? Con la mente più leggera, ma sempre vigile, presente, sempre. E poi, d’un tratto, il percorso termina e si giunge. Dove?

C’è solo la mente.

E questo mi fa paura.

E mi confonde.

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Lungo il sentiero i pensieri a volte si nutrivano di emozioni, ricordi, altre si fondevano con il paesaggio, le sensazioni dell’andare, la cadenza dei mantra ripetuti sottovoce: “Om Sri Matri Namah”, “Om Gam Ganapataye Namah, Om Shivaya Namah”…

“Cosa ti aspettavi di trovare?” Mi sembra di udire la tua voce, amico mio, che mi interroga sarcastica.

Qui, seduta sulle rocce ai margini del ghiacciaio, con la “bocca della mucca” (che sembra un occhio cieco) – a cui non è possibile avvicinarsi o guardare dentro – alla mia sinistra e il fiume che scorre sulla destra, in fondo speravo.

E schegge di ghiaccio che ogni tanto si staccano dalle pareti – grigioazzurre, bianche, perlate, ricche d’ombre e di riflessi – e fanno “toc” e cadono giù.

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Scatto qualche foto e mi siedo in meditazione dieci minuti. Cosa voglio sentire?

“È la sorgente” – mi ripeto. “Sei giunta all’inizio di quell’immenso enigma che è Ganga, il fiume sacro, il divenire, il tempo, la vita. Non hai ora la risposta per Swamiji?”

C’è solo la mente. Ci sono sempre e solo io. Che risposta posso dare?

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Si torna indietro. Faremo un’unica tirata. Diciotto chilometri, in discesa questa volta. Arriveremo prima che faccia buio?

Ed ecco ancora il fiume che scorre, s’allarga, urla; ed ecco la foresta, i colori, le voci. Ed ecco la tigre, un po’ fiaccata, confusa. Osservo di nuovo i miei passi e tutto si ricrea e torna, tutto si muove e rinasce.

“In fondo – penso – così bene… Così come deve essere.” E anche io sono dove devo essere, sulla via di ritorno da quella “sbirciatina” che mi sono concessa.

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Hai mai guardato in faccia l’assurdità delle coincidenze? Quando sono proprio strane? Quando sembrano voler gettarti in faccia una verità che proprio non vedi?

All’inizio di questo racconto/diario ho detto di come mi sia stato d’ispirazione e guida sia prima che durante il viaggio il libro di Giuseppe Cederna “Il grande viaggio”.

Aggiungo che non solo ho ricostruito una parte del tragitto prendendo spunto dal libro, ma che ho “sentito” certe emozioni, in maniera molto simile.

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Inoltre i nomi delle persone incontrate durante il viaggio spesso coincidevano con quelli di coloro che hanno guidato il protagonista nel libro.

In India i cognomi si ripetono facilmente in certe zone, dirai. E percorrere uno stesso tragitto reca di solito medesime emozioni.

Tuttavia incontrare Cederna lungo il ritorno dal ghiacciaio, mentre, un passo dopo l’altro, tutto ricomincia a fluire e osservi la mente e la mente sembra ridere di te, e scambiare quattro chiacchiere come se fosse la cosa più naturale del mondo in questo angolo di Himalaya…

“Osserva, solo osserva”.

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Lungo la via del ritorno ho anche occasione di chiacchierare (in hindi-nepalese-inglese-italiano) con la mia guida, Mr Surendra. Lui mi racconta del Nepal e di come sia difficile trovare lavoro.

I giovani vanno in India e di solito si arrangiano a fare tutto ciò che possono. A Gangotri, nel periodo di afflusso turistico, si improvvisano guide o portatori.

Ma non disdegnano nessun genere di fatica pur di guadagnare qualcosa e mandarla ai familiari. Terminata la stagione tornano a casa per poi rifare lo stesso tragitto in primavera.

“Dove dormite?” Gli chiedo.

“Dove capita. Quando abbiamo sufficiente denaro in qualche stanza in affitto. Altrimenti in rifugi, grotte, cartoni.” Penso alla temperatura. Sebbene sia ancora estate qui a Gangotri la notte è fredda.

Poi mi porge un auricolare: “è musica nepalese” –  mi dice cambiando argomento. “Non è facile avere l’opportunità di ascoltarla” e sorride.

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Mi mostra qualcosa e io per un attimo ho un sussulto: una sagoma di un cobra in posizione d’attacco. “L’ho trovato sulla via, è una pianta, questa è secca.”

“Uao, bella”, annuisco.

“Per Swamiji, sarà il mio regalo che tu gli porterai”.

Inoltre raccoglie della corteccia dalle betulle che crescono ai margini, anche quella un dono per Swamiji. “È carta, noi la usiamo per scrivere”. È orgoglioso dei suoi doni. Penso agli oggettini per turisti che ho acquistato io.

Il sole è tramontato, il cielo è quasi scuro. Arriviamo stanchi, cerco una stanza per la notte, prendo commiato da Mr Surendra, lo ringrazio.

“Ci vediamo domani” – dice. “Fino a quando sali in auto, l’ho promesso a Swamiji”.


Immagini dell’autrice.