di Clara Nubile

La mattina presto era il tè al cardamomo senza latte, affacciata alla finestra di Denver Pinto, “Dannyboy”, con Bombay che sbadigliava e si stiracchiava sotto i miei occhi. Le palme svettanti e ricoperte di polvere, in attesa del monsone. I palazzi usurati dal tempo e dall’acqua di Dio. La moschea di Kalina, così vicina. Dalla stanza di Denver, in cui lavoravo a due traduzioni, il minareto della moschea quasi lo toccavo. Provavo a sporgermi, al di là delle grate. In attesa che Allah, Dio, o chiunque fosse, mi tendesse la mano.

E poi i corvi. I corvi che danzavano attorno a me.

A Bombay mi alzavo sempre prima di tutti, all’alba, per riempire l’acqua. Perché nel condominio dove viveva Denver, e dove vivevamo con lui quell’inverno indiano, razionavano l’acqua due volte al giorno: la mattina presto per circa tre quarti d’ora, e la sera per mezz’ora; ma in casa di sera non c’era mai nessuno, e quindi ci restava solo la mattina. Il chowkhidar, il guardiano del palazzo, veniva a bussarci con impeto alla porta. Faceva il giro di tutti gli appartamenti per avvisare che iniziavano a erogare l’acqua. Io riempivo taniche, secchi, bottiglie, e aprivo il rubinetto della cisterna così si riempiva anche quella. Certe mattine il chowkhidar non passava: quelle erano le giornate in cui restavamo senz’acqua, o con i pochi litri del giorno prima. 

La mattina era zucchero fuso, tetti di latta e plastica, casupole addossate l’un l’altra. Il negozietto di chiavi di Himran, che ci offriva sempre il chai. I sarti di Kalina, burberi e sempre in ritardo con le consegne. I negozi di scialli kashmiri e oro scintillante. Il macellaio accanto alla moschea: uno stanzino pieno di mosche, con i pezzi di agnello e montone appesi ai ganci, grondanti sangue. E le ossa che ci facevamo fare a pezzi per Floffy & family (i nostri cani randagi), ossa polpose di carne e infilate in un sacchettino nero, quasi a nascondere la vergogna di un gesto sacrilego. I macellai sono tutti musulmani, e sigillano la carne in buste nere. Per rispetto ai vicini indù.

Nel pomeriggio, accanto alla moschea arrivava l’omino barbuto dei profumi: fragranze d’oriente in boccette minuscole. Il gelsomino esplodeva in quelle boccette e sui miei polsi pallidi. Al pomeriggio, spuntava fuori la mucca sorniona, con quegli occhi erbosi e dolci. E accanto alla mucca, l’uomo dei sandwich e dei toast, i più buoni della zona: erano quelli i nostri spuntini quotidiani. Patata, cipolla, cetriolo, pomodoro, chutney alla menta, burro e chutney rosso piccante. Tostato sul fuoco, fra il carbone sfrigolante e gli occhi miti del sandwich-wallah, quegli occhi che mi sembravano una pianura immensa, con il grano che ondeggiava. Quell’uomo era buono, infinitamente buono. I sandwich erano la pausa dalle traduzioni, dal computer e dal sudore di certi pomeriggi in cui facevo fatica a lavorare, e l’acqua era un miraggio.

La mattina invece era il silenzio, ancora prima che lo inventassero. Il silenzio primordiale, che sentivo solo io. Come se tutti gli altri vivessero a volume altissimo, e io avessi azzerato il volume del mondo.

I primi autobus rossi che facevano la spola fra Kurla e Santacruz. I pendolari. Gli uomini in fila. Le donne avvolte nei sari sgargianti, fucsia e arancio sintetici, e la pelle scurissima, le gambe sbilenche, i capelli curati e scintillanti di olio di cocco. I piedi nudi. I chappals. Le cavigliere che tintinnavano, anche nei miei sogni.

La mattina era Bombay che si risvegliava sotto i miei occhi, fra chiese portoghesi e moschee, templi induisti e vecchi bungalow del sud India. Un piccolo mondo tamil, lussureggiante, ricreato fra i vicoletti di Kalina. Floffuto, uno dei figli di Floffy, che ci seguiva fino da Natural’s, dove a tarda sera fra le fronde delle palme, i risciò strombazzanti, e lo scintillio del neon, mangiavamo gelato e fragole fresche. Tender coconut, il mio gusto preferito. Quelle stesse noci di cocco che di giorno, sotto il sole impetuoso di mezzogiorno, bevevo. Come se bevessi acqua per la prima volta. La polpa bianca di quelle noci di cocco verdi. Il negozio dei fratelli “

lassi”, così avevo soprannominato i due timidissimi ragazzi musulmani che gestivano col padre un negozio di latte e lassi. Il lassi cremoso, migliore di qualsiasi yogurt. L’ambulatorio del dottor Khan, che si faceva pagare solo 15 rupie a visita, e che accoglieva tutti i poveri del quartiere, dispensando pillole magiche e consigli. Il dottor Khan che una volta ci aveva fatto l’antirabbica, quando era morto il nostro primo cane indiano.  

Sulla Kalina-Kurla Road, una volta un vecchio malandato, con un paio di occhiali spessi, si era incantato a guardare Riccardo che toglieva una zecca, a mani nude, dall’occhio sofferente di un cane randagio. Quel vecchietto gli aveva detto, con voce commossa «You’re a good man, sir».

E ancora, sempre sulla Kurla-Kalina Road, la fermata del 313, sempre affollato, senza speranza o possibilità di spiragli ventosi. Quell’autobus era una scatoletta di sardine, pigiate le une contro le altre. Il metallo cocente della pensilina, le donne con lo sguardo torvo, i fotografi che pubblicizzavano matrimoni, feste religiose, e cornici di plastica. The Camp, dove ogni tanto si andava a cenare, e il Two Star (senza s quelle due stelle solitarie) dove facevo l’aperitivo con Faisal a base di Kingfisher gelata e chakli piccanti. Il traffico che ci sfrecciava accanto, e le nostre discussioni socio-politiche. L’estetica di oriente e occidente fra bicchieri mezzi vuoti, dogmi, amicizie.

Ecco, tutto questo e altro ancora dai miei mattini a Bombay. 

La biografia dell’autrice è consultabile nella sezione autori.

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La fotografia in evidenza è di Atharva Tulsi, Unsplash.