Il viaggio mi ha portato a Shiv Ratri, la notte di Shiva a Chidambaram in Tamil Nadu. Il tempio pullula di brahmini giovanissimi con le loro vesti bianche e i pochi capelli raccolti sulla testa rasata.
La gente rumoreggia, ride, chiacchiera, prega senza sosta e ad alta voce. Tutto questo via vai assomiglia più a una fiera di paese che a un tempio.
Poco più in là, i volontari del tempio distribuiscono ciotole di lenticchie e riso, perché il cibo è comunione, perché attraverso il cibo si celebrano le divinità, omaggiandole per renderle partecipi della nostra abbondanza. Ovunque in India la religione è parte della vita di tutti i giorni. Pregare
non è molto diverso da mangiare, lavorare, dormire. Le campane risuonano, la moltitudine si sposta tutta insieme verso il sancta santorum travolgendo la mia instabilità di occidentale, sia fisica che spirituale. Mi travolgono, mi spintonano e mi invitano a seguire la corrente, obbligandomi ad essere parte della folla che si muove tutta insieme figlia dello stesso rito. Ci provo anch’io. Ci riesco.
Cammino con gli indiani in un tripudio di sorrisi, corpi sudati appiccicati a corpi sudati, e mi unisco alle note degli inni sacri anche se non so cosa sto cantando. Cala la sera sul tempio di Shiva a Chidambaram, sale la musica del tamburo, i musici gonfiano le guance sulle trombe. Nella notte di
Shiva si muovono sinuose figure a onorare la sua danza: quella che tutto crea, quella che tutto distrugge. È la notte di Shiv Ratri a Chidambaram e sembra la Notte della Taranta!

Racconto di Pierpaolo Di Nardo tratto dal suo libro Maldindia.