Di Linda Ansaldi

Il termine puja (da pronunciare “puugia”, senza il suono “j” tipico del francese che nella lingua sanscrita e hindi non esiste) è utilizzato, nella sua accezione più generale, per indicare qualsiasi atto di devozione nei confronti di una statua (murti) o di un qualsiasi oggetto che venga ritenuto sacro o dotato di particolari poteri divini (ad esempio un guru, una pianta, un fiume).

Approfondimenti

Le varie murti possono essere sia mobili che immobili e di diversi materiali. Nei Purana vengono elencati nove materiali possibili per la creazione delle statue, cioè: i gioielli, l’oro, l’argento, il rame, l’ottone, la pietra, il legno, la sabbia e l’argilla. Naturalmente, le offerte dei devoti non devono danneggiare in alcun modo il materiale di cui è fatta la murti: per esempio, l’offerta di acqua viene tralasciata nel caso in cui la statua sia fatta di argilla.

Il rito della puja ha sostituito quasi completamente l’antico sacrificio vedico e, ad oggi, è la forma di culto più diffusa in tutta l’India per diversi motivi, primo fra tutti la sua maggiore semplicità rispetto al rito vedico.

L’etimologia della parola puja ha creato non pochi problemi e tutt’ora non si è ancora giunti ad una spiegazione univoca sull’origine della parola. Tuttavia, è opinione condivisa che essa significhi, a grandi linee: “onorare il Dio come un ospite”.

Scopo della puja e come si svolge

Qualunque tipo di rituale di devozione può essere denominato puja... ma esattamente qual è il suo scopo?

In genere, i frutti che ogni hindu desidera ottenere celebrando una puja sono gli stessi che ricorrono nelle preghiere di tutto il mondo: felicità, salute, la nascita di un figlio, un buon matrimonio, fortuna negli affari, e così via.

Innanzitutto, prima di iniziare la puja è necessario enunciare, attraverso delle formule dette samkalpa, quali frutti si desiderano ottenere con il rito. Senza questi samkalpa il devoto non può ottenere alcun risultato.

La puja tradizionale segue uno schema meticoloso che prevede l’offerta di una sequenza precisa di atti devozionali (detti “upacara”, da pronunciare “upaciara”), ognuno accompagnato dalla recitazione di un mantra. Il numero di questi atti può variare notevolmente: si parte da un singolo upacara fino ad arrivare a 108 (o anche di più), in base al tempo a disposizione, alla tradizione famigliare, all’occasione.

La puja maggiormente diffusa, quella considerata “canonica”, prevede sedici atti di culto e, per questo motivo, prende il nome di “sodasopacara puja” (dal numero sedici in sanscrito).

Essa si divide in tre parti:

  • i preliminari
  • le offerte devozionali
  • la conclusione

I preliminari al rito vero e proprio vengono compiuti dal pujari officiante, sono in tutto quattordici e prevedono, solo per citarne alcuni, il sorseggio dell’acqua, il controllo del respiro, il saluto alla divinità, la preghiera, l’annuncio del tempo, del luogo e dello scopo della puja; l’invocazione di Ganapati (altro nome del dio Ganesha); la meditazione.

Rituale

Il rito vero e proprio consta di questi 16 atti:

  1. l’invocazione della divinità. Questo primo atto non viene compiuto nel caso in cui la statua sia fissa nel tempio (o “mandir”). In questo caso, infatti, l’invocazione della divinità viene compiuta solo al momento della collocazione della murti nella sua sede e non è necessario ripeterla;
  2. l’offerta di un seggio alla divinità;
  3. l’offerta di acqua per lavare i piedi alla divinità;
  4. l’offerta di acqua per lavarle il viso;
  5. l’offerta di acqua per sciacquarle la bocca;
  6. l’offerta di un bagno. Lo “snaniya” viene fatto utilizzando cinque diverse sostanze (chiamate “pancamrta”) e cioè: il latte, il latte coagulato, il burro chiarificato, il miele e l’acqua zuccherata;
  7. l’offerta di indumenti sotto forma di drappi e stoffe colorate. Il colore delle stoffe dipende molto dalla divinità in questione: a Visnu vengono offerte in genere stoffe gialle, a Shiva bianche, a Ganapati o Surya rosse;
  8. l’offerta di un cordoncino sacro (nel caso la divinità sia di sesso maschile) oppure l’offerta di bracciali, ventagli, kajal (da pronunciare “kaagial”) per gli occhi (nel caso la divinità sia di sesso femminile);
  9. l’offerta di sostanze profumate, come la pasta di zafferano o di curcuma;
  10. l’offerta di fiori: anche in questo caso una lunga serie di norme regola tale offerta perché ogni divinità ha un proprio fiore prediletto;
  11. l’offerta di incenso;
  12. l’offerta di una lanterna;
  13. l’offerta di cibo
  14. la deambulazione attorno alla statua da parte del devoto che, in segno di rispetto, cammina intorno alla murti tenendola sempre alla propria destra;
  15. la prostrazione di fronte alla divinità (detto “namaskara”) in modo che cinque/sei/otto parti del corpo (dipende dalla scrittura sacra) tocchino terra. Talvolta il devono assume la posizione “dandavat” (“simile al bastone”) sdraiandosi a terra.
  16. il congedo dalla divinità, nel caso la murti sia mobile e non fissa nel tempio,come spiegato al punto 1.
Fotografia di Partho Roy

Conclusioni

Infine, la puja si conclude con una preghiera e la ripetizione di alcune formule da parte del pandit officiante.

Sulla puja, e soprattutto sulle sostanze utilizzate durante le offerte, ci sarebbe ancora molto da dire. Il cibo (o le sostanze commestibili in generale) riveste infatti un ruolo considerevole nella società indiana fin dai tempi più antichi.

Nel prossimo approfondimento sui riti hindu, vi parlerò dell’importanza che ha il cibo nel mondo induista e del perché alcuni cibi vengono accuratamente evitati e altri ampiamente utilizzati.

Della stessa autrice: Viaggiare in India con i bambini

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Fotografia in evidenza Udayaditya Barua