In questo articolo Nav Ghotra ci racconta di tutte le divinità adorate da sua madre, una donna religiosa di fede sikh, che però non ha alcun problema a venerare anche divinità induiste o buddhiste. 

Nav è una ragazza di origini indiane che vive da molti anni in Italia. Oltre alla passione per la scrittura, ha anche quella per la poesia; la potete seguire sul blog Mix Masala.

Articolo originale tratto da Mix Masala e disponibile a questo indirizzo.


 

Mia madre è sempre stata molto religiosa.

In un paese come l’India la gente è solita far domande del tipo “Di che religione sei? Chi veneri?”

Le conversazioni su dio prendono pieghe inimmaginabili ma chiunque ne parli si sente al sicuro perché nessuno parlerà mai male del divino: “L’onnipotente è immenso, bisogna temerlo, vive in ogni dove e in ogni essere vivente”.

Una volta un vicino chiese a mia madre: “Chi veneri?” e lei gli rispose “Io venero tutti, non ho preferenze”.

Mia madre in effetti venera tutte le divinità possibili e immaginabili, che le menti indiane siano riuscite a creare, e che creeranno.

Di base è una sikh, è nata e cresciuta in Punjab. Il Sikhismo è la religione dei punjabi basata sull’insegnamento dei dieci guru che venerano il creatore.

Io stessa, assieme ai miei fratelli, sono stata addestrata a rispettare i guru. Non esiste punjabi che non abbia avuto un’educazione religiosa rigorosa dai genitori.

A tredici anni io però ho cominciato a sviluppare una mia teoria riguardo alla religione, ma questa è un’altra storia.

Sul Sikhismo, leggi anche: C’era una volta guru Arjan

God is one” mi ha detto dopo aver elencato tutte le divinità che pensa possano aver contribuito a renderle migliore l’esistenza. Non ha idea di quale faccia possa avere il creatore e critica chi venera le statuine.

È piena di contraddizioni, mia madre; ogni mattina dopo essersi alzata e lavata, accende l’incenso di fronte a quattro immagini di divinità diverse e poi si siede sul divano nel salotto a leggere il libro sacro.

Non la critico e non lo farò, forse la invidio perché il suo credo nel divino è talmente forte che nonostante le difficoltà della vita riesce a sorreggersi retta e fiera come una leonessa.

Ha di recente scoperto il “Laughing Buddha”, un ometto pelato e panciuto dalla forma fisica abnorme che si basa sulla teoria della risata: ridere sempre e comunque.

Ha origini giapponesi, questo signor Buddha e mia madre lo chiama Baba ji. “Baba ji mi ha portato fortuna, ti devo regalare una statuina di Baba ji.”

Tra le divinità femminili invece venera la dea Lakshmi, signora dalle quattro braccia: le due posteriori contengono fiori di loto, da una mano anteriore cadono monete d’oro e l’altra è posta all’insù per dispensare benedizioni a chi la venera.

Quand’ero piccola il giorno del Diwali, la festa delle luci, si dormiva con il cancello della casa spalancato. Mi diceva: “Mata Lakshmi stanotte verrà a casa nostra”.

Era stata una vicina a rivelarmi che questa dea, simbolo dell’abbondanza e della purezza, porta denaro e prosperità in casa.

Tra le altre divinità femminili, teme e va fiera della Mata Kali, la dea nera.

Qualsiasi donna, quando viene trattata male e si arrabbia, può trasformarsi nella dea Kali: una creatura inquietante dalla pelle color carbone che porta una collana di teschi.

Ha anch’essa quattro braccia con le mani insaguinate, in una delle quali porta una spada e in un’altra la testa mozzata del diavolo.

Avevo sette anni quando vidi da vicino un quadro di questa signora arrabbiata nera, m’incusse un insolito terrore misto a forza e rimasi incollata per dieci minuti alla sua immagine per vedere i dettagli che la circondavano.

Poi c’è Ganesha: un tenero signore panciuto dalla testa d’elefante che ha come mezzo e amico fedele un topo.

È figlio di Shiva ed è stato proprio il padre a mozzargli la testa, non essendo stato informato dalla moglie che fosse suo figlio, generato come “buttafuori” della casa in cui lei doveva fare il bagno nel cortile.

Non essendoci all’epoca porte da chiudere, era necessario generare Ganesha per proteggersi dall’entrata degli estranei in casa. Shiva venne bloccato all’entrata da Ganesha, che aveva ancora un aspetto umano.

Dopo varie discussioni i due cominciarono una battaglia a suon di spade. Shiva ebbe la meglio e mozzò la testa del povero Ganesha.

Parvati, la moglie di Shiva, notando la testa mozzata del figlio, s’arrabbiò col marito il quale gli promise di rimediare inserendo la testa del primo essere vivente incontrato per strada.

E questo fu un’elefante.

A parte la storia interessante, Ganesha è dio di una moltitudine di virtù e l’India è piena di suoi fedeli come mia madre.

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Ma in India si venerano anche le piante. Da piccola ho sentito molte storie di coppie raccontare a mia madre di aver venerato un pipal tree (baniano) perché non riuscivano ad avere un bambino.

Secondo mia madre il baniano è una di quelle piante che non si deve piantare in casa perché se ci si imbatte nella necessità di tagliarlo è sicuro che in quella casa ci sarà la morte certa di un membro familiare.

Nella religione induista e buddhista il baniano ha un’importanza religiosa; non a caso il nome latino della pianta è ficus religiosa.


Foto tratta dall’articolo originale.