Le pietre maledette” è una raccolta di racconti del premio Nobel indiano per la letteratura Rabindranath Tagore.

Tagore è conosciuto in Occidente principalmente come poeta, ma in realtà fu anche un prolifico autore di racconti, fin da molto giovane: scrisse il primo racconto a 16 anni e i suoi primi lavori furono pubblicati nella rivista per bambini Balak.

Gli anni Novanta dell’Ottocento furono un periodo dorato per la sua produzione di racconti e la raccolta “Le pietre maledette” è di questo periodo, del 1897.


Il racconto che dà il titolo alla raccolta è una ghost story tutta indiana. Un narratore anonimo incontrato sul treno racconta la sua storia: si trasferisce a lavorare come esattore delle tasse presso il Nimaz di Hyderabad e si stabilisce in un palazzo abbandonato e maledetto, temuto da tutti, le cui pietre sono “assetate e voraci, avide di ingoiare, come un orco affamato, l’essere vivente che per avventura si sia avvicinato”.

Di questo racconto sono indimenticabili le descrizioni dei paesaggi lungo il fiume dove sorge il palazzo con i suoni nella natura e i profumi degli alberi ma soprattutto degli interni del palazzo, che diventano sogni e visioni, in un tintinnio di atmosfere da le mille e una notte, fatto di babbucce ricamate d’oro, di pugnali balenanti, di accordi di chitarre e di ghazal e soprattutto dell’immagine di una bella fanciulla persiana di un tempo passato di cui il protagonista si innamora.

Da questo racconto il regista indiano Tapan Sinha ha tratto il film Kshudita Pashgan.

Due parole anche sugli altri 12 racconti, tutti profondamente umani e ricchissimi di immaginazione nel descrivere le piccole storie dei mille microcosmi dei villaggi bengalesi e della Calcutta di fine Ottocento.

Fra quelli più commoventi c’è Kabuliwallah, in cui un padre si intenerisce a osservare il rapporto di amicizia fra la propria bambina e un venditore ambulante afgano, che ha dovuto lasciare la sua famiglia in un posto lontano, “al di là delle aride vette montuose”.

In questo come in altri racconti c’è una tenerezza infinita nei confronti del mondo dei bambini: ingenui, curiosi, pronti a cogliere le cose semplici che gli adulti hanno dimenticato.

Alcune storie, come appunto Kabuliwallah o C’era una volta un re (in cui Tagore ricorda le favole raccontate dalla nonna), sono autobiografiche, altre fantastiche, altre ancora più realistiche e focalizzate sui rapporti sociali, sull’assurdità delle caste o sul ruolo delle donne.

Per esempio, nel racconto La luce, una donna resa cieca dall’incompetenza medica del marito studente di medicina dovrà scongiurare la scelta del marito di procurarsi una nuova moglie: lo farà per salvare lui, non per se stessa.

Memorabile è anche Viva o morta, in cui una donna creduta morta in seguito a una malattia non riesce a uscire dal limbo del sottile confine fra la vita e la morte e arriverà a doversi suicidare per provare di essere (stata) viva.

L’ironia non manca mai e se da una parte c’è una sconfinata dolcezza nei rapporti familiari o di amicizia, dall’altra c’è anche la crudeltà estrema del destino o degli esseri umani, capaci della più grande mancanza di compassione.

Così che i finali di questi racconti possono anche essere tragici e spietati.
Oppure aperti, per lasciare al lettore il gusto di farsi divorare dalla parole affamate di queste storie.


Consigliato a chi ama racconti dolci e struggenti, ma a volte con finali spietati.


Rabindranath Tagore (1861-1943), letterato, artista, musicista, nacque a Calcutta e studiò in Inghilterra.

Scrisse le sue opere in lingua bengalese e lui stesso le tradusse in inglese: in particolare fu la traduzione della sua raccolta di poesie Gitanjali, nel 1912, a farlo conoscere in Europa e a fargli meritare il premio Nobel, il primo della storia assegnato a una personalità non occidentale.


Rabindranath Tagore, Le pietre maledette, Guanda 1989

Edizione originale: Kshudhita Pashan, 1897

A cura di Brunilde Neroni

168 pagg., 12,50 euro

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Per leggere altre opere di Tagore: La casa e il mondo