Dopo il successo planetario di Shantaram, il libro che racconta in forma romanzata la vita avventurosa dell’autore, evaso da un carcere australiano e approdato a Mumbai, Gregory David Roberts ha impiegato 10 anni per scrivere il seguito.

Più volte annunciato e poi rimandato, è finalmente arrivato in libreria alla fine del 2015, con il titolo L’ombra della montagna.


I fan di Shantaram hanno amato la capacità di Roberts di coinvolgere il lettore e di portarlo in luoghi dell’India e del mondo impensabili per i comuni mortali: il carcere, lo slum, un bordello, la mafia, la guerra in Afghanistan.

I lettori hanno amato la personalità di Gregory Roberts, e quindi di riflesso anche quella del suo romanzo, il suo essere eccezionale e sempre sopra le righe, capace di tutto e di più: il nostro protagonista e narratore è quasi un supereroe, o forse un superuomo. A ogni modo è senza dubbio super.

In realtà, molti tra i fan di Greg non aspettavano che l’Ombra della montagna potesse eguagliare né tantomeno superare Shantaram e la sua freschezza e sincerità.

E infatti è così. L’ombra della montagna non è all’altezza di Shantaram, semplicemente non poteva esserlo.

Personalmente, avevo letto le 1000 pagine di Shantaram in una settimana: è impossibile non essere catturati dalla storia, davvero appassionante.
Ho letto invece le 1000 pagine dell’Ombra della Montagna in quasi due mesi.

1000 pagine sono tante e per un romanzo “normale” potrebbe essere anche un tempo normale, e non si possono giudicare i libri da quanto tempo ci si mette a leggerli. Ma è già un’indicazione del suo difetto più grave: non mi ha preso.

È stata una lettura piacevole e intensa, ma non mi è riuscita ad appassionare nel profondo.

Venendo alla storia: Lin/Shantaram racconta la quotidianetà della sua vita a Bombay, due anni dopo la sua avventura in Afghanistan, in giro con la sua moto e con due coltelli nascosti dietro la schiena per ogni evenienza.

Potrebbe essere il resoconto della routine quotidiana di una tranquilla vita borghese, con qualche problemino a casa e sul lavoro. Solo che nel suo caso i problemi sul lavoro sono pestaggi, sequestri di persona, torture, riciclaggio e incontri con killer spietati, visto che continua, almeno nella prima parte del libro, a lavorare per la mafia.
A casa poi sta con una donna (Lisa) che, anche qui, non è propriamente una mogliettina normale.

Ma a parte questi piccoli inconvenienti sul lavoro, il problema è più generale: si è rotta l’armonia perché non sono più i tempi di Khaderbhai e il codice di onore e fiducia mafioso è venuto meno.
Così Lisa non è la stessa cosa di Karla, che nel frattempo si è sposata con un magnate del media.

Lin sembrerebbe attraversare una crisi di mezza età, e quindi ci si aspetterebbe una svolta.
La svolta in effetti c’è: qualche giorno in Sri Lanka nel conflitto tamil, una puntatina alla montagna dove troverà un nuovo guru filosofico e poi ricompare la mitica Karla, che involontariamente si riconferma come il personaggio più antipatico della letteratura mondiale – forse in questo il nostro Greg è riuscito effettivamente a superare se stesso.

La routine riprende, anche se in modo un po’ diverso: sempre in giro per Bombay, con qualche tappa al Leopold Cafè per una birra, un joint fra un’avventura e l’altra, sempre in compagnia di personaggi stravaganti, tossici, un po’ pazzi e sbandati, gangster e poliziotti, miliardari e poveracci.
Rigorosamente divisi fra buoni e cattivi, organizzati in bande amiche e nemiche fra loro contrapposte.

L’ombra della montagna è ricco di dialoghi.
Più dialoghi che azione, alcuni molti brillanti, altri meno e per i miei gusti un po’ prolissi (ecco, la continua gara di aforismi fra lui e Karla: anche no).
I personaggi “buoni” sono comunque sempre adorabili: Scorpione e Gemelli che dalla strada passano a essere milionari, Didier che già conosciamo, Diva la ricca ereditiera, Vikram ormai perduto nella droga.

Ma manca quel guizzo vitale che ha portato Lin nello slum, in Afghanistan e nel villaggio rurale, quella sua sensazione sorpresa, di prima volta e meraviglia di fronte a esperienze eccezionali.

Quel senso dell’esagerazione che in Shantaram portava a dire: “no, dai, pure questo!”, quei morti che resuscitavano, quel suo saper scegliere sempre nuove e inaspettate avventure.

Là era un super-uomo, qui, anche se continua a far cose che noi non faremmo mai, è diventato più semplicemente una super-star.

Nonostante tutto, L’ombra della montagna rimane un libro piacevole, che riesce a trasmettere una sua freschezza, un romanzo che si legge intensamente grazie ai suoi personaggi adorabili e al protagonista speciale. Non finirà nella top ten dei consigli di libri indiani come il suo fratello maggiore Shantaram, ma è giusto così. Alla fine, io al nostro eroe gli voglio bene lo stesso.


Consigliato a chi ha apprezzato Shantaram, anche se non c’è da aspettarsi le stesse emozioni. Da leggere rigorosamente solo dopo la lettura di Shantaram.


Gregory David Roberts nasce a Melbourne nel 1952. In seguito a un matrimonio fallimentare, diventa tossicodipendente e successivamente viene incarcerato per rapina. Scappato di prigione, giunge a Bombay, dove entrerà nel giro della mafia e successivamente partirà per l’Afghanistan. Nel 1990 viene arrestato in Germania, a Francoforte, e successivamente estradato in Australia e condannato.

Comincia a scrivere Shantaram durante i 6 anni di carcere. Uscito nel 2003, il libro diventa un successo internazionale. Nel 2015 esce il seguito, L’ombra della montagna.


Gregory David Robert, L’ombra della montagna, 2015

Edizione originale: The Mountain Shadow 2015

Traduzione di Vincenzo Mingiardi

1088 pag, 23 euro

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Leggi anche il nostro articolo su Shantaram: Shantaram, il romanzo sul cammino di un uomo


Tratto dal blog Indian words – Leggere l’India