Articolo in 2 minuti Yoga, ayurveda, Ganesh, Hare Krishna e Taj Mahal sono solo alcuni degli elementi che concorrono a creare il puzzle dell’India.

L’epica invece è una tematica spesso lasciata in secondo piano, ma assai di valore nella realtà quotidiana del subcontinente, e che ci fa ritornare indietro nel tempo, fino quasi alle origini della tradizione letteraria indiana.

Dopo i Veda (letteralmente “sapienza”), componimenti legati agli uffici religiosi che si servivano di un registro difficilmente comprensibile alla popolazione comune, si resero necessari testi più semplici e attinenti alla vita reale che tuttavia mantenessero un fondo educativo, talvolta propagandistico.

Mahabharata e Ramayana, le cosiddette itihasa (“storie”) furono create a questo scopo e ancora oggi, tramite la televisione, riescono a raggiungerlo!

Quindi, immaginate, invece di prepararvi a guardare una puntata di “Breaking Bad”, state però per vedere la puntata dell’Odissea in cui Ulisse incontra la maga Circe.

Che effetto vi farebbe?

 


 

Per approfondire – Gli appassionati d’India antica non possono non conoscere le storie del Mahabharata e del Ramayana. Tuttavia l’influenza nella modernità di queste due itihasa, storie epiche, è presa poco in considerazione.

Nel Practical Sanskrit-English Dictionary di V.S. Apte, sono definite come “evento del passato in forma di narrazione, che contiene insegnamenti sul dharma (ordine cosmico), sull’artha (obiettivo, fine ultimo), sul kama (desiderio, amore) e sul moksha (liberazione)”, ovvero i 4 elementi immancabili nella vita di un uomo.

Mahabharata e Ramayana, testi molto pragmatici e poco filosofeggianti, comprensibili da gran parte del pubblico medio, avevano lo scopo di spiegare questi concetti all’uomo comune.

Il Ramayana, letteralmente “viaggio di Rama”, riporta le avventura vissute da Ramchandra, principe della dinastia solare (surya vamsha).

Ramchandra viene costretto a un esilio di 14 anni nella foresta per il capriccio di una della mogli del re che vuole vedere il proprio figlio sul trono. Ram, personaggio apparentemente remissivo, accetta la decisione e il fratello Lakshmana e la moglie Sita decidono di seguirlo.

Sono 14 anni di pura follia! Sita viene rapita da Ravan, un demone lussurioso, e poi viene liberata con l’aiuto del famoso dio scimmia Hanuman.

Una specie di telenovela d’altri tempi. Sita viene rifiutata da Ram, il quale teme che lei abbia perso la sua purezza avendolo tradito con Ravana. Chiaramente, alla fine, la mano divina del dio Vishnu sistemerà la situazione e tutti vivranno felici e contenti!

Per quanto invece riguarda il Mahabharata, “la grande storia dei Bharata”, si tratta ovvero della “grande storia del popolo indiano”.

E’ assai difficile riassumerne il contenuto: benché infatti la tematica di base tratti della guerra tra le due famiglia di cugini, Pandava e Kaurava, che rappresentano rispettivamente le forze del bene e del male.

Il testo di fatto è un oceano di nozioni non solo filosofiche, culturali, linguistiche ma anche geografiche, storiche, astronomiche. Insomma, un’enciclopedia dell’India antica!

La vicenda certamente più nota è quella raccontata nella Bhagavad Gita, in cui i Dante e Virgilio indiani si palesano: Arjuna, eroe indiscusso di questa guerra, espone i suoi dubbi riguardo all’imminente battaglia, che si trova a dover combattere contro parte della sua stessa famiglia, a Krishna, manifestazione terrena (avatar) di Vishnu.

Ma se usciamo per un momento da questo mondo di favola e ci reimmergiamo nella vasta realtà dell’India moderna, ci vorrà poco per notare come Arjuna, Rama, Krishna, Sita, Hanuman e tutti gli altri non siano così distanti come si pensa!

Le due epiche, infatti, sono state riprese più e più volte, modificate e riadattate nel corso della storia, tanto da diventare un must anche nella televisione indiana. L’obiettivo, però, non era semplicemente quello di intrattenere, ma anche quello di diffondere ideali religiosi e morali tramite la visione.

Intorno alla fine del 1980 abbiamo la prima “serializzazione” dell’epica, in particolare del Ramayana.

Essendo l’obiettivo del regista, Sagar, quello di trasmettere degli insegnamenti validi, gli attori (più di 300 per i 78 episodi trasmessi) furono costretti smettere di fumare, bere alcool e pure iniziare una dieta interamente vegetariana!

Il successo di questa serializzazione fu inaspettatamente grande: la visione della riproduzione domenicale divenne una sorta di rituale, anche per chi ancora non possedeva la televisione. Ci si ritrovava in una casa qualsiasi e si era sempre ben accetti; tutto, in quelle ore, si fermava.

Molti di coloro che all’epoca era bambini, sono entrati in contatto con la “vecchia” tradizione tramite questo moderno mezzo di comunicazione.

Sono così riusciti a dare un volto alle divinità, elemento non di poco conto nella società indiana, in cui la visione religiosa (darshana), occupa un posto rilevante.

Il rito divenne così importante che si dice che, durante quei “45 sacri minuti”, perfino il Primo Ministro dello stato indiano dell’Uttar Pradesh si rifiutasse di ricevere chiamate!

Inoltre, prima del programma, era usanza purificarsi come prima di andare al tempio, e la televisione veniva venerata e adornata con fiori e doni vari.

Una fama molto simile e di poco minore toccò al Mahabharata, che fu serializzato agli inizi degli anni Novanta e che ha subito un recentissimo riadattamento (2013).

La riproduzione dell’epica ebbe una grande importanza anche nel dare un senso di unione al popolo indiano, che per la prima volta poteva vedere sullo schermo, quasi in carne ed ossa, quello che era stato il suo antico e fastoso passato, al cui ritorno continuava a mirare.

Ora, provate ad immaginare di mettere in pratica nella nostra “parte di mondo” una simile proposta: rivivere sullo schermo le avventure di Ercole o di Ulisse. Che effetto vi farebbe?


Immagine tratta da www.indiaopines.com