Dal punto di vista legale, i matrimoni inter-religiosi sono una questione lasciata sostanzialmente irrisolta sin dagli albori della Repubblica Indiana.

Per affrontarla sono necessari oggi più che mai grande coraggio e determinazione, e soprattutto un ancor più grande amore. 

L’autrice è Alessandra Loffredo, fondatrice del portale online Guida India, inesauribile fonte di curiosità e informazioni su storia, arte, architettura, letteratura, musica, cinema e grandi personalità legate all’India.

Articolo originale tratto dal portale dell’autrice Guida India e disponibile a questo indirizzo.


[…] Dal punto di vista legale, l’India indipendente si è dotata sin dal principio di una legislazione specifica per i matrimoni interreligiosi, regolamentati a partire dal 1954 dallo Special Marriage Act, secondo il quale, in teoria, qualsiasi coppia di cittadini indiani maggiorenni ha diritto di sposarsi civilmente, qualunque sia la loro religione e senza alcuna necessità di conversione o abiura ufficiale.

Precedentemente, infatti, durante il Raj britannico i matrimoni interreligiosi potevano venir ufficializzati solo attraverso l’Act III, del 1872, in base al quale uno o entrambi i contraenti dovevano invece abiurare pubblicamente dalla propria religione.

Una misura chiaramente superflua, ma che si inseriva coerentemente nelle politiche spesso pilatesche di non-interferenza esercitate dai Britannici a proposito delle usanze familiari e religiose delle numerose comunità in cui si dividevano i loro sudditi indiani.

[…] Rivedere la legge dovrebbe essere oggi una priorità nazionale, perché nonostante le lodevoli intenzioni che l’avevano inizialmente prodotta, la sua attuazione pratica finisce in realtà più frequentemente per ostacolare che non facilitare il suo oggetto primario: i matrimoni interreligiosi, appunto.

All’indomani dell’Indipendenza, tanto Nehru quanto Ambedkar avevano investito enormi energie al fine di riformare e regolamentare il Diritto di Famiglia hindu secondo l’impostazione liberale che intendevano dare al Paese.

Tuttavia, se da un lato non si curarono di estendere la legislazione alla comunità islamica, dall’altro anche in ambito induista i loro tentativi vennero fortemente osteggiati dai conservatori, trasversalmente guidati in parlamento da NC Chatterjee, presidente dell’Hindu Mahasabha.

Quando per esempio Nehru cercò di inserire nel codice la clausola che dava anche alle donne hindu il diritto di chiedere il divorzio, Chatterjee si oppose fermamente, obiettando che:

Se il matrimonio è uno dei 10 Sanskar – o sacramenti – necessari agli uomini appartenenti alle caste dei Nati Due Volte (le tre più alte nella piramide sociale induista) per poter seguire correttamente il loro Dharma ed evolvere spiritualmente, è tuttavia l’unico utile allo stesso fine per le donne e i Sudra (la quarta casta, servile).

Introdurre il divorzio anche per le donne significherebbe quindi minare alla base l’unica possibilità offerta loro di ottenere una rinascita consona al loro ciclo karmico“.

L’opposizione e le obiezioni alla riforma furono tali e tante che Ambedkar, stremato e disilluso, finì per dare le dimissioni dal governo Nehru.

Tuttavia, Nehru riuscì alla fine a far approvare comunque il Codice di famiglia hindu, da un lato certamente grazie all’immenso prestigio personale di cui godeva, ma dall’altro a prezzo di notevoli concessioni fatte nello stesso ambito alle fila dei conservatori interni ed esterni al Congress.

Una di queste fu proprio quella che portò allo svuotamento sostanziale dello Special Marriage Act. Tra le più ostiche disposizioni approvate allora e tuttora vigenti, figura infatti quella secondo la quale, per contrarre un matrimonio civile interreligioso, è necessario un periodo previo di notifica pubblica di almeno un mese – in pratica le nostre pubblicazioni – cosa invece non richiesta nel resto della casistica matrimoniale indiana.

Le coppie di religione o casta diversa devono infatti inoltrare richiesta scritta all’ufficio di stato civile, che poi ne affiggerà le pubblicazioni – complete di giorno, ora e luogo esatto fissati per il matrimonio – in maniera visibile e accessibile a tutta la popolazione locale per un periodo non inferiore ai 30 giorni.

Ovviamente lo scopo è proprio quello di informare le famiglie e le rispettive comunità religiose o castali delle intenzioni dei due fidanzati. Chiunque può infatti sollevare da quel momento un’obiezione qualsiasi contro l’unione e ottenere così il rinvio continuo o l’annullamento definitivo della cerimonia, oppure, alla bisogna, impedirla direttamente con la forza all’ora e nel luogo della sua celebrazione.

La richiesta deve infatti essere inoltrata presso l’ufficio della località di residenza abituale di almeno uno dei due fidanzati, mentre l’ufficiale che la accoglie è tenuto a informare il tribunale del distretto di residenza dell’altro, che provvederà poi a esporre copia conforme delle pubblicazioni di matrimonio anche in quei paraggi.

In pratica, dunque, lo Stato indiano agisce in questo delicato frangente come fosse un super Khap Panchayat, i consigli degli anziani dei villaggi, assegnando alle comunità il diritto di stabilire se due loro membri adulti abbiano diritto o meno di sposarsi secondo i loro desideri.

Ma c’è di più: quandanche due fidanzati di diversa fede riuscissero a superare tutti questi ostacoli, l’hindu tra loro verrebbe comunque punito.

Se un hindu (definizione che viene estesa anche Sikh, Jain e Buddhisti) sposa un appartenente ad altre religioni (ne restano giusto un paio, tra le più diffuse: Islam e Cristianesimo) sostanzialmente perde infatti ogni diritto ereditario sui beni della sua famiglia d’origine, della quale non è più considerato membro ai fini legali del termine.

Se nessun matrimonio interreligioso viene facilitato, quello di membri delle religioni autoctone indiane con altri di fede d’importazione viene dunque ulteriormente scoraggiato.

Eppure fortunatamente c’è chi ci prova lo stesso, nonostante il prezzo familiare e sociale da pagare sia spesso altissimo.

Molti i nomi noti che hanno sfidato nel tempo le convenzioni, naturalmente protetti anche dalla popolarità e dal denaro di cui disponevano, come per esempio è anche il caso della megastar del cinema bollywoodiano Shah Rukh Khan, musulmano, sposato da anni con Gauri, hindu [insieme nella foto principale].

Come di consueto, è però soprattutto la gente comune a fare le spese di leggi inique e di consuetudini retrograde o illiberali.

Vedremo alcune delle loro storie nella prossima puntata.

Sulla tradizione dei matrimoni hindu, leggi anche: L’India che si sposa: riti e significati dei matrimoni hindu


Immagine tratta da TheBrunetteDiaries.com, disponibile a questo indirizzo