Da quando sono in India, ho deciso di catturare scene e momenti di vita quotidiana, affinché i miei occhi non guardino con indifferenza, ma possano continuare a stupirmi, anche dopo un anno nel Subcontinente.

Ogni giorno cammino per le strade, cercando di catturare ogni singolo frammento di vita. E’ una sensazione strana, l’abitudine. Durante le prime settimane in un nuovo paese, qualsiasi cosa ci appare nuova e il cervello è altamente esposto a qualsiasi impulso proveniente dall’esterno.

Dopo diversi mesi in India, mi sono resa conto di come tante immagini facciano ormai parte della mia routine giornaliera, rischiando di passare inosservate. Queste righe sono un’arma a doppio taglio; una descrizione di come mi senta parte integrante di questo ambiente e allo stesso tempo nasca in me il desiderio di volerne preservare i dettagli.

 


 

I miei momenti di vita quotidiana in India.

Vedo bambini privati della loro infanzia: in strada, con il volto colorato, pronti per la loro quotidiana esibizione, equivalente alla sopravvivenza di una settimana. Vedo intere famiglie vivere al bordo di una strada, si proprio lì, nei pochi centimetri di terriccio dello spartitraffico.

 

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Madri che allattano neonati. I più grandi invece sono già esperti dell’arte dell’elemosina e delle azioni un po’ meno lecite. Scalzi  e  sporchi, per loro l’acqua potabile è un miraggio. Gli stessi bambini che, al rosso di un semaforo, si appropinquano alla tua macchina, tutt’altro che esitanti, agitando la mano e portandola verso la bocca: un gesto universale che esprime la necessità di cibo, senza l’ausilio di parole.

Non solo bambini: storpi, zoppi, signore anziane dai sari decadenti e mai cambiati. Esseri umani sfigurati, sciupati, il cui aspetto fisico è uno specchio della loro anima. Occhi bisognosi, disperati, affamati, sofferenti, carichi di aspettative quando bussano al finestrino.

Avverto quel rumore, il cuore pieno di tristezza e malinconia, consapevole di non essere in grado di reggere quello sguardo. Carico di tutte quelle disgrazie che vivere al ciglio di una strada porta con sé. A me sconosciute, ignote.

Momenti che si ripetono diverse volte nell’arco di una giornata, ma tuttora strazianti nonostante stia vivendo in India da un anno. Ti viene detto che l’indifferenza è la migliore “arma” da sfoderare se importunati. Si può realmente esserlo? Si può imparare a esserlo?

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Ciò nonostante, vedo anche il sorriso del chai walla (l’uomo che prepara il chai) ogni mattina appena esco di casa, come se fosse lui a spalancarmi le porte del nuovo giorno. Vedo gente ammucchiata davanti ai baracchini di legno, che consuma una colazione in strada prima di essere inghiottiti dal traffico mattutino.

Vedo i colori sgargianti delle ghirlande di fiori, simbolo di buon auspicio e riverenza nei confronti degli Dei. Vedo templi dalle maestose e cariche statue rappresentanti Ganesha, il Dio dalla testa di elefante, figlio di Shiva e Parvati; vedo altarini arroccati al bordo di un incrocio.

Vedo mercati in festa: le urla dei venditori sulle offerte del giorno, le accurate composizioni di frutta e verdura, quasi a riproporre caravaggesche nature morte.

 

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Vedo file di bambini in uniforme e con lo zaino in spalla recarsi a scuola, dagli occhi speranzosi e bramosi di un futuro migliore, che l’istruzione dovrebbe garantire loro.

 

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Vedo donne che trasportano brocche d’acqua sul loro capo, abili equilibriste di un futuro che spesso non è nelle loro mani. Vedo la giungla del traffico: macchine immerse nel continuo zig-zag di motocicli, frenetici tuk-tuk a caccia di passeggeri, biciclette arrugginite ma non finite, e pedoni che confondono la circolazione.

 

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Vedo uno specchio e un sediolino di legno all’angolo di una strada: barbieri pronti a sfoderare l’arte del loro mestiere a poche rupie. Ancora, vedo una mucca attraversare la strada, sì proprio mentre il barbiere dà una sforbiciata qui e lì e allo stesso tempo gli impazienti in sella alle moto danno gas in attesa del semaforo verde.

 

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Vedo il guardiano del palazzo sbadigliare imbronciato, all’ennesima notte trascorsa all’aperto su una sedia o per terra, mentre sorseggia un chai ancora fumante. Vedo uomini camminare mano nella mano, in segno di affetto e amicizia.

Pannocchie arroventarsi su una griglia malconcia, patate immerse nell’olio scoppiettante sul fuoco, canne da zucchero macinarsi in una macchina a manovella per ricavarne il succo.

 

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Vedo immensi cartelloni pubblicitari dalle scritte a me ancora indecifrabili in Hindi e raffiguranti innumerevoli volti (si tratta per lo più di dediche e ricorrenze). Vedo segnali e scritte graffitate riportanti i nomi dei negozi, in un inglese che strappa un sorriso, se si va a ricercare il significato letterale.

 

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Vedo pesanti camion decorati e ornati nei minimi dettagli, con la fatidica scritta “HORN OK PLEASE” sul retro, familiare a chiunque sia stato in India. Vedo tre, quattro, famiglie intere in sella a uno scooter e uno o due bambini in braccio alla madre, scorrazzare per le strade.

Vedo la semplicità e l’umiltà negli occhi di coloro che incontro per strada. Vedo storie, memorie, sofferenze, nella profondità di quegli occhi. E all’improvviso, nell’oceano di volti, cibi, parole, frastuoni, vedo me.

 


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