Alessandra Loffredo ci porta oggi alla scoperta di Mysore, tappa imperdibile in Karnataka per un viaggio culturale o all’insegna dello yoga.

L’autrice dell’articolo è Alessandra Loffredo, fondatrice del portale online Guida India, inesauribile fonte di curiosità e informazioni su storia, arte, architettura, letteratura, musica, cinema e grandi personalità legate all’India.

Articolo originale tratto da Guida India e disponibile a questo indirizzo.


La capitale culturale del Karnataka non solo è l’orgogliosa sede di numerosi palazzi storici, il più celebre dei quali fu la residenza della dinastia Wodeyar, che governò la zona per 700 anni fino all’indipendenza indiana, ma è anche uno dei massimi centri per l’insegnamento dello yoga.

Conosciuto anche come Amba Vilas, il Palazzo di Mysore è uno dei più straordinari edifici monumentali del Paese. E’ situato in Mizra Road, nel cuore di Mysore, o Mysuru, capitale culturale del Karnataka circondata dalle colline Chamundi – dove si trova il tempio dell’XI secolo dedicato alla dea protettrice della città, Chamundeshwari – e punteggiata da laghetti.

L’edificio originale fu dal 1399 residenza dei maharaja della dinastia Wodeyar, o Wadiyar, che, seppur originariamente vassalli dell’impero Vijayanagara di Hampi, finirono per regnare autonomamente sullo Stato di Mysore per secoli, fino al 1947.

Dell’edificio originale, gravemente danneggiato da un fulmine nel XVII° secolo e poi ricostruito interamente nel XVIII° resta poco. Nel 1912 fu nuovamente ricostruito dal 24esimo sovrano – dopo che un nuovo incendio ne aveva incenerito gran parte durante le nozze della principessa Jayalakshmanni nel 1897 – riacquistando così una nuova regalità e magnificenza in stile indo-saraceno.

Fu il celebre architetto britannico Henry Irwin a disegnare questa straordinaria extravaganza esotica.

 

Convertito oggi in museo, il Palazzo di Mysore continua a stupire con la sua assoluta opulenza architettonica, con le sue torri, le arcate coronate da cupole e con la aperta corte interna adornata da altre cupole dorate.

La collezione d’arte ospitata, così come quella di gioielli e costumi regali, meritano una visita, ma sono gli interni a lasciare definitivamente a bocca aperta il visitatore: il Diwan i khas – la sala delle udienze private –  la Gombe Thotti – con una scultura d’elefante decorata con 84 kg d’oro – o la sala dei matrimoni, la Kalyana Mantapa.

Ambienti immensi e arricchiti da ogni possibile e sontuosa finitura. All’interno del complesso si trovano anche 12 templi, il più antico dei quali, risalendo al XIV secolo, è parte del nucleo originale del palazzo.

Gli altri palazzi nobili della città, Jaganmohan Palace, Jayalakshmi Palace, Lalitha Mahal – oggi hotel – Vasantha Mahal, Karanji Vilasa e Rajendra Vilasa, si trovano tutti nei paraggi del Mysore Palace.

Una passeggiata nel centro storico, di magione in magione e magari durante i dieci giorni delle celebrazioni di Navaratri e Dussehra, qui particolarmente fastose secondo antichissima tradizione e durante i quali il palazzo viene illuminato con 97mila lampadine, vi permetteranno di assaporare appieno l’India più strabiliante, quella delle ammirate cronache di antichi viaggiatori e delle favole ogni tempo.

srirangapatnam gumbaz

A soli 14 km dalla città si trova poi Srirangapatnam, isola sul fiume Kaveri che fu capitale di Tippu Sultan. Il suo palazzo, Daria Daulat Palace, è ornato da begli affreschi che illustrano le imprese del condottiero così come la moschea da lui costruita nel 1784, Masjid-e-Ala, nei pressi della Porta di Bangalore del Forte e che offre alti minareti ottagonali che dominano il panorama della cittadina.

Esiste anche un tempio hindu, qui molto rinomato, il Ranganathaswamy temple, ma la vera attrazione turistica del luogo è il Gumbaz, il mausoleo che ospita le salme di Tippu, di suo padre Hyder Alì e di sua madre Fatima Begum, inserito in un piacevolissimo complesso di giardini e strutture devozionali.

A un’ottantina di chilometri a ovest di Mysore si trova invece Bylakuppe, cittadina la cui particolarità consiste nell’ospitare dagli anni Sessanta due dei più grandi insediamenti di rifugiati tibetani in India e oggi abitati da circa 20mila persone.

Per poter risiedere presso i monasteri locali, ai viaggiatori stranieri è però richiesto un permesso per le aree protette (PaP), complicato da richiedere e che può impiegare anche diversi mesi a essere emesso.

Per chi desiderasse quindi fermarsi per un certo tempo in questo Tibet indiano meridionale, un buon compromesso può essere quello di alloggiare nella vicina Kushalnagar, recandosi poi quotidianamente a Bylakuppe, giacché la visita senza pernottamento è invece libera per tutti.

Ma il motivo principale che porta oggi circa 10mila stranieri all’anno a visitare Mysore è la presenza in loco di almeno 150 scuole di yoga, delle quali più di una quindicina gestite da forestieri, spesso ognuna rinomata o specializzata in alcuni aspetti della disciplina.

Il tradizionale patrocinio offerto dalla dinastia Wodeyar allo Yoga, e particolarmente a T. Krishnamacharya, tra i primi guru dello Yoga moderno, ha attirato a Mysore nel corso del Novecento numerosi suoi aspiranti discepoli destinati ad acquisire poi fama mondiale – valga per tutti il recentemente scomparso B.K.S. Iyengar – attribuendo così ai Maestri formatisi nella città una sorta di pedigree oggi comparabile solo a quello offerto dalla settentrionale Rishikesh.

Per scoprire altri tesori culturali del Karnataka, leggi: Badami, Aihole e Pattadakal: le meraviglie dei Chalukya.


Tutte le immagini sono tratte dall’articolo originale.