Articolo in 2 minuti –  Alla scoperta del mistico Kabir, illustre santo e poeta indiano.

Abbandonato da madre vedova, Kabir venne allevato da una coppia di poveri tessitori musulmani, Niru e Nima convertiti all’Islam per sfuggire alle discriminazioni di casta.

Vissuto a cavallo tra il 1398 e il 1448 a Varanasi, Kabir rimane una personalità particolarmente apprezzata sia dai musulmani che dagli hindu, entrambi che ne rivendicano l’appartenenza alla propria fede religiosa.

Mistico induista (sadhu) o musulmano (sufi), poco importa.

Kabir infatti intendeva Dio come nirguna, “privo di attributi”. “Egli” non ha né forma né nome, è l’Assoluto che va oltre ogni qualificazione.

I suoi versi si rivolgono sempre all’uomo, con un linguaggio che arriva diretto, come uno spunto di riflessione verso la fede e la natura dell’essere umano.


 

Per approfondire – Santo e poeta, Kabir è una delle personalità più interessanti del misticismo indiano.

Racconta la leggenda che fosse nato da madre vedova e per questo, abbandonato in giovane età.

Venne allevato da una coppia di poveri tessitori musulmani, Niru e Nima, che secondo la tradizione più diffusa, si erano appena convertiti all’Islam per sfuggire alle discriminazioni di casta.

Kabir visse nella città di Kashi (odierna Varanasi, per saperne di più leggi quiprobabilmente tra il 1398 e il 1448, dove venne accolto tra i 12 discepoli di Ramananda, santo vishnuita, particolarmente devoto a Rama e Sita e pioniere del movimento di devozione e di adorazione (Bhakti) della divinità d’elezione e grande sostenitore del sentimento anti-castale.

Ramananda diceva: “non permettete a nessuno di chiedere a un uomo a quale casta egli appartenga, né con chi consuma i pasti. Se un uomo è devoto a Dio, appartiene a Dio soltanto.”

La storia di Kabir è quindi intrisa di leggende che vengono emanate sia dal mondo musulmano sia da quello hindu ed entrambi ne rivendicano l’appartenenza alla propria fede religiosa.

A livello popolare però, come sottolinea Cinzia Pieruccini nel suo libro “Viaggio nell’India del Nord”, la discriminazione fra hindu e musulmani non è sempre così netta: pensieri e consuetudini fluttuano volentieri prendendo parte ad entrambi i credi, soprattutto fra i nuovi convertiti all’Islam.

A fare da collante sono appunto i mistici delle due realtà religiose, i sufi musulmani da una parte, e dall’altra i sadhu, asceti e rinuncianti hindu, che hanno scopi metafisici e la capacità, con la loro predicazione e il loro esempio, di smuovere un pubblico trasversale.

Kabir intende Dio come nirguna, “privo di attributi”. “Egli” non ha né forma né nome, è l’Assoluto che va oltre ogni qualificazione. Proprio per questa visione sincretistica, alcuni dei suoi versi vennero inclusi nel libro sacro della fede Sikh di cui ho parlato nel post C’era una volta Guru Arjan”.

Le sue strofe tuttavia non si rivolgono a Dio, bensì agli uomini che dovrebbero cercare di intendere “con spontaneità” (sahaja) la verità delle cose, di essere critici e liberi dalle superstizioni.

Il suo linguaggio è diretto, appassionato e spesso crudo; il suo obiettivo è provocare la riflessione del fedele.

Di seguito due esempi:

“Dotto mussulmano di quale libro stai parlando?

Bla bla bla, giorno e notte.

Non hai mai avuto un pensiero originale.

Se il tuo dio voleva la circoncisione,

perché non sei già nato con il taglio?

Se la circoncisione fa di te un mussulmano,

come definisci le tue donne?

Poiché le donne sono dette l’altra metà dell’uomo,

potresti benissimo essere un hindu.

Se portare il cordone sacro fa di te un brahmano,

che cosa indossa tua moglie?

Hindu, musulmani – da dove sono venuti?

Chi ha iniziato questa strada?

Guarda bene nel tuo cuore, manda a esplorare:

dov’è il cielo?”

E ancora…

“Se dio è nella moschea,

a chi dunque appartiene questo mondo?

Se Rama è nel simulacro,

chi trovi nel tuo pellegrinaggio?

Chi c’è più per conoscere quel che accade fuori?

Hari è a levante, Allah è a ponente.

Guardati nel cuore e troverai in esso ambedue,

Karim e Rama.

Ogni uomo, ogni donna in questo mondo è la sua forma vivente.

Kabir è il figlio di Allah e di Rama.

Egli è il mio guru, egli è il mio pir (antenato).”

I misteri, tuttavia, non avvolgono solo la sua nascita.

Una famosa leggenda vuole che alla sua morte musulmani e hindu si contendessero le spoglie del suo corpo per poterle rispettivamente inumare e cremare secondo le diverse tradizioni. Sotto il sudario, però, trovarono solo fiori…

Nel luogo della sua morte, a Magahar, nel distretto di Sant Kabir Nagar, nello stato federato dell’Uttar Pradesh, sorgono oggi il suo cenotafio e un grande tempio hindu a lui dedicato.

Qui in particolare e nel resto dell’India, si celebra l’anniversario della sua nascita che coincide con il giorno di luna piena del mese di Jyestha (maggio/giugno) secondo il calendario hindu.

 


 

immagine tratta dal blog dell’autrice

Articolo tratto dal blog http://www.isentieridelmondo.com/