Martedì 8 dicembre al festival River to River di Firenze è stato proiettato il documentario RAI sull’India di Pasolini “Appunti per un film sull’India” seguito da un breve dibattito con lo scrittore e documentarista Folco Terzani e l’attore e scrittore Giuseppe Cederna.

Girato nel 1967, nel documentario viene mostrato un Paese ancora genuino e che stava per entrare in contatto con l’industrializzazione, allora ancora limitata a poche zone.


 

8 dicembre 2015, Firenze – “Doneresti il tuo corpo per sfamare dei tigrotti?”

Con questa domanda Pasolini comincia il suo documentario sull’India “Appunti per un film sull’India” per la RAI.

L’obiettivo è cercare di capire più questo Paese alle porte dello sviluppo industriale.

Pasolini era arrivato in India per la prima volta in compagnia di Alberto Moravia ed Elsa Morante, il 31 dicembre 1960 per partecipare a un convegno a Mumbai per la commemorazione del centenario della nascita di Tagore.

Per sapere di più su Tagore leggi: I 5 Premi Nobel Indiani

Nell’arco di sei settimane, Pasolini si aggira nella caotica realtà del subcontinente indiano, e ne rimane così profondamente colpito da essere spinto a scrivere un diario di viaggio (il libro L’Odore dell’India) e poi a girare questo documentario.

Già presentato alla XXIX Mostra del Cinema di Venezia del 1968, viene riproposto al River to River di Firenze.

Secondo una leggenda indiana, un Maharaja indiano alla vista di alcuni tigrotti affamati, offrì il proprio corpo per sfamarle.

Pasolini si aggira per le strade chiedendo a gente comune a Rishikesh, Mumbai e nelle campagne se fosse disponibile a fare lo stesso.

Si tratta di una domanda bizzarra, provocatoria. In molti rispondono con un “certo”, che più di una risposta convinta sembra la tipica affermazione accomodante degli indiani di quando non capiscono la domanda e non vogliono urtare la sensibilità dell’interlocutore.

Conversando con Folco Terzani e Giuseppe Cederna ci si rende conto di come sia una domanda che oggi, soprattutto nelle grandi metropoli indiane provocherebbe risate.

Mi viene in mente la conversazione fatta di recente con un indiano moderno.

L’indiano moderno, cresciuto nelle metropoli indiane, vede con distacco, quasi sprezzo, le proprie tradizioni, storie e cultura. A dire il vero le conosce poco ma le disprezza semplicemente poiché non sono moderne e sembrano probabilmente noiose.

In ogni caso si è trattato di un documentario affascinante, commovente, estremamente interessante per chi ha conosciuto solamente l’India moderna.

Un’idea meno ricca, con più miseria ma meno imbruttita dall’inquinamento e dai clacson assordanti.

Questo indiano che ho incontrato disprezzava profondamente il Mahatma Gandhi anche se non sembrava avere reali motivazioni e conoscenze ma piuttosto essere mosso più da un intento di distruzione dei mostri sacri della propria cultura.

Pasolini nel suo documentario sembra mosso da quel romanticismo poetico occidentale – e forse un po’ ingenuo – affascinato da un’India che già allora vedeva lasciare il posto a una nascente modernità.

Nel documentario Pasolini intervista anche il direttore del Times of India di allora e gli chiede se l’India fosse pronta ad abbandonare la propria tradizione per modernizzarsi. L’allora direttore rispose convinto: “L’India vuole modernizzarsi ma senza perdere le proprie tradizioni”.

A 50 anni di distanza sembra davvero che tale profezia non si sia avverata.


Immagine tratta da Racconto Post Moderno, disponibile a questo indirizzo