Il tempio di Minakshi a Madurai è il più maestoso tra i templi dell’India del Sud, concepito sin dalle origini non solo come dimora degli dèi, da celebrare con riti cadenzati durante il giorno, ma anche come centro di attività nevralgiche per la città, dall’artigianato al commercio.

Mi trovo tra le mura di questo tempio, per assistere alla processione serale che condurrà le due divinità principali, Shiva e Parvati, marito e moglie, a riunirsi per la notte. 

Nell’attesa, mi lascio avvolgere dai colori e dalla vivacità della gente, finché una storia mi cattura, attraverso la voce di un bambino, il dolce Sanjit…

 


 

Minakshi, dea delle unioni sacre, mi guarda, con gli occhi brillanti e placidi, tra gli altri mille dèi raffigurati nel tempio. Mi attardo nel bazar, in attesa che cominci la cerimonia serale, la più importante del giorno. Mi fermo alla bancarella di Sanjit, ricoperta di santini, ghirlande di fiori e ogni utensile necessario per la puja.

Non mi accorgo subito di lui. È solo un bambino.

Ha un bottoncino rosso stampato tra le sopracciglia, come quello che anche io porto da stamane, quando un vecchio minuto, dagli occhi azzurri tristi e bellissimi, mi ha benedetto davanti alla statua di Ganesha. Sanjit guizza fuori dal suo angolo e si avvicina.

Con la voce squillante da bambino mi illustra in inglese tutto quello che cʼè di buono nellʼopuscolo che sto sfogliando. Mi guarda vivo negli occhi e con le sue dita mi spiega.

È la storia del tempio e contiene anche delle fotografie a colori: look!

Sanjit viene qui tutte le sere per aiutare e il bottegaio, suo padrone, si schernisce quando capisco, dalle parole di un altro assistente più grande, che in cambio dellʼaiuto viene offerto un sostegno economico alla famiglia di Sanjit, ma solo a patto che il piccolo continui ad andare a scuola.

Sorrido, sentendomi allʼistante inutile e deficiente, di fronte alla semplicità di questʼuomo che mi guarda senza parlare.

Vorrei comprare lʼintero allestimento, tutte le cianfrusaglie esposte, compresi gli orribili giocattoli cinesi che Sanjit è già tornato a sistemare, dopo avermi venduto il suo libretto, con la storia e le molte foto.

Look! Penso ai modi ingegnosi, eppure facili, che possono cambiare il futuro di un bambino e mi vergogno, perché so che non solo non comprerò lʼintera bottega, ma anche che in ogni caso sarebbe molto meno utile di quello che questʼuomo sta già facendo per Sanjit, per il futuro della sua India.

Uno strombazzare da lontano mi avvisa che la cerimonia sta per iniziare. Mi risveglia.

Saluto Sanjit e tutti gli astanti che nel frattempo si sono radunati attorno, incuriositi da questa occidentale venuta da chissà dove a pregare Minakshi, che ora sorride e si agita per congedarsi, che ha persino le lacrime agli occhi e non si capisce perché.

Procedo per i colonnati, dove le attività continuano indisturbate, un turbinio di movimenti naturali, quotidiani.

Sanjit si dimenticherà di me e io pure dovrò dimenticarlo, per fargli fare i suoi passi nella vita libero da questo ricordo, dovesse anche un giorno perdersi.

La statua di Minakshi è pronta, addobbata di gioielli e stoffe preziose.

Rallento e mi godo la festa di luci. Donne che nutrono bambini, uomini che passeggiano e discutono a gruppi.

Su di noi gli occhi compiaciuti delle divinità, che ora lasciano i loro troni e ci vengono incontro per lʼoccasione: mille braccia aperte e danzanti, per cominciare.

Per approfondire su un altro tempio nell’India del sud, leggi anche: Kanchipuram: la città degli dei


Fotografia dell’autrice