Articolo in 2 minuti Il Mahatma Gandhi incontrò Mussolini a Roma nel 1931 per circa 20 minuti.

Gandhi tornava da Londra e attraversò l’Italia fermandosi due giorni a Roma. Durante il colloquio con Mussolini non trattò di questioni politiche: era un incontro privato e non ufficiale, per non turbare i rapporti italiani con l’Inghilterra.

A spingere Gandhi a incontrare Mussolini fu soprattutto la curiosità e non tanto la ricerca di un alleato in chiave anti-britannica.

Per il Mahatma, il Duce rimase un enigma.

Gandhi apprezzava le riforme sociali del fascismo, ma si rendeva conto della sua intrinseca violenza.


Per approfondire – 12 dicembre 1931. Gandhi incontrò Mussolini alle ore 18 a Palazzo Venezia per circa venti minuti.

Cosa avevano da dirsi la Grande Anima della non-violenza e il dittatore del regime fascista?

Non moltissimo, in realtà: fu più che altro una curiosità reciproca che li spinse a incontrarsi.

In India erano gli anni delle manifestazioni non-violente di Gandhi contro la dominazione britannica. Gandhi all’epoca aveva 62 anni e arrivò in Italia di passaggio, dopo la Conferenza della Tavola Rotonda a Londra sul futuro dell’India, fallimentare dal punto di vista indiano.

Arrivò in treno dalla Svizzera, dove aveva soggiornato a casa di Romain Rolland, intellettuale pacifista che lo aveva messo in guardia rispetto a un possibile incontro con Mussolini. Ma la curiosità di Gandhi era prevalsa.

Il Mahatma arrivò a Roma il mattino del 12 dicembre con un treno “in perfetto orario”, come riportarono i giornali.

Si fermò una sola notte e ogni suo spostamento venne controllato dalla polizia.

Visitò la Cappella Sistina, ma non fu ricevuto dal Papa a cui aveva chiesto udienza.

Gandhi fu accompagnato in un tour romano volto a mostrargli le attività del fascismo: il Forum Mussolini, l’Opera della Maternità e le palestre dell’addestramento dei giovani Balilla.

Ripartì poi da Roma il 13 dicembre sera, con un treno per Brindisi, dove si imbarcò sul piroscafo Pilsna per tornare a Bombay.

Le testimonianze dell’incontro con Mussolini, secondo i presenti all’incontro, raccontano che fu il Duce a parlare per quasi tutto il tempo, evitando che Gandhi ponesse alcuna domanda.

Fu Mussolini a fare invece molte domande a Gandhi, in particolare sulla situazione commerciale in India.

Di Mussolini Gandhi ricorderà soprattutto gli occhi, che si muovevano velocemente in tutte le direzioni “come quelli di un gatto”.

Non vennero trattate questioni politiche, né italiane né indiane, si può quindi escludere che il motivo dell’incontro da parte entrambi fosse in quel momento la ricerca di un alleato in chiave anti-britannica.

D’altra parte era un incontro privato, non ufficiale. Per organizzarlo il console italiano a Calcutta aveva teso una complicata rete diplomatica, con la massima attenzione a non infastidire nessuno, in particolare l’Inghilterra, che in quegli anni era ancora in buoni rapporti con l’Italia.

In India non si curarono più di tanto di questo incontro: in quegli anni erano i rapporti con l’Inghilterra a essere al centro dell’attenzione.

Gli antifascisti italiani emigrati all’estero, invece, si dissero delusi dell’incontro, che attribuirono all’ingenuità del Mahatma e alla sua scarsa conoscenza delle questioni italiane, ma anche questa valutazione ebbe poco seguito.

Il danno più grosso all’immagine di Gandhi venne invece dal “Giornale d’Italia”, e non ebbe niente a che fare con l’incontro con Mussolini.

Gayda, il direttore del quotidiano, pubblicò una fantomatica intervista che attribuiva a Gandhi idee decisamente bellicose nei confronti di Londra.

Gandhi smentì prontamente e dichiarò di non essere mai stato interpellato, ma l’intervista fu ripresa dal Times e fece scalpore in Inghilterra, contribuendo al clima che portò ad arrestare Gandhi al suo ritorno in India.

C’è poi il giallo della capretta, protagonista di un incontro segreto.

Rachele e Vittorio Mussolini, moglie e figlio del Duce, dopo la guerra descrissero un incontro segreto a Villa Torlonia in cui Gandhi si sarebbe presentato con la sua fedele capretta al guinzaglio.

Questa storia sembra però smentita da tutte le testimonianze. I giornalisti dell’epoca, in particolare, espressero esplicitamente la loro delusione vedendo che Gandhi non aveva portato con sé la sua capretta.

Potrebbe essere invece una storia dovuta alla volontà dei familiari di Mussolini di riabilitare l’immagine del Duce, mostrando l’ammirazione da parte di personaggi della statura morale di Gandhi.

Lo stesso tentativo di legittimazione di Mussolini attraverso le parole di Gandhi si ritrova anche oggi in vari siti presenti in rete, che riportano citazioni non autentiche del Mahatma.

Una fra tutte:

«Mussolini è il salvatore e rinnovatore della sua Patria. Il Duce è uno statista di primissimo ordine, completamente disinteressato, un superuomo»

Le parole di Gandhi sono diverse ed esprimono un giudizio certamente più cauto, anche se non negativo. Dalla nave che lo avrebbe riportato in India, scrisse una lettera privata a Rolland che diceva:

«Mussolini è un enigma per me. Molte delle riforme che ha fatto mi attirano. Sembra aver fatto molto per i contadini. In verità, il guanto di ferro c’è. Ma poiché la forza (la violenza) è la base della società occidentale, le riforme di Mussolini sono degne di uno studio imparziale. La sua attenzione per i poveri, la sua opposizione alla superurbanizzazione, il suo sforzo per attuare una coordinazione tra il capitale e il lavoro, mi sembrano richiedere un’attenzione speciale».

Notiamo che Gandhi parla di violenza insita nella civiltà occidentale: negli anni Trenta, dal punto di vista indiano, l’Italia fascista e l’Inghilterra democratica che sfruttava gli indiani nelle colonie non erano così lontane come invece potevano sembrare a un occhio europeo.

Inoltre, alla base del metodo nonviolento di Gandhi c’era la convinzione di poter dialogare con chiunque e di poter convertire con l’amore anche il peggior nemico.

Aveva appena incontrato a Londra gli inglesi contro cui si ribellava  e le sue convinzioni lo portarono in seguito anche a scrivere a Hitler per chiedergli gentilmente di fermare la guerra.

Con il passare degli anni, comunque, con l’avvicinarsi della guerra, il suo giudizio del fascismo italiano diventò molto più critico e meno comprensivo.

Su Gandhi e il premio Nobel puoi leggere: I premi Nobel indiani


Foto della “Gazzetta del Popolo”, tratta da www.comune.torino.it

Fonte ulizzata:

Gianni Sofri, Gandhi in Italia, Il mulino 1988