Alzi la mano chi di voi non ha mai sentito dire “per un viaggio in India devi essere pronto”.

Ma, pronto a che cosa? Alla sporcizia, agli odori pungenti (e non parlo di curcuma e curry), alla povertà sconcertante. 


Come fare, dunque, a proteggere naso, occhi e cuore da tutto questo?

Impossibile.

La soluzione?

Non proteggersi!

 


 

Una delle frasi che mi sono sentita dire spesso poco prima di ogni partenza è stata “Io non so se riuscirei ad andare in un paese così povero e sporco…

Essere preparati all’India, pianificare il viaggio, illudersi di prepararsi allo shock culturale, allo stravolgimento dei sensi… queste e molte altre, sono affermazioni che si sentono spesso e si traducono in atteggiamenti che io stessa ho attuato, soprattutto in occasione del mio primo viaggio anni fa.

Avevo letto di tutto e di più: informazioni di tipo pratico, racconti di viaggio di chi in India aveva passato molto tempo, in una baraccopoli per fare del volontariato o semplicemente come turista.

Ebbene, mi ero fatta il mio pacchettino, avevo riempito il barattolo nella mia testa ed ero partita con aspettative di ogni tipo… non starò qui a descrivervi per filo e per segno quello che capitò durante quel mio primo incredibile viaggio, quali aspettative sono state superate o deluse e vi dirò solo questo: il mio primo giorno a Delhi sono stata un paio di ore al Mc Donald’s! Sì, mi sono letteralmente rifugiata in un Mc Donald’s che per puro caso lì dov’ero io, entrando in preda all’incapacità totale di orientarmi, capire, respirare, accettare tutto quello che avevo intorno.

Mappa mentale occidentale, punti di riferimento familiari, odore di patatine fritte.
Scappare. Salvarsi. Respiro regolare. Lento ritorno alle mie funzioni vitali e… respiro.
Questo è stato il mio battesimo indiano: una mucca sacra come madrina, un venditore di soffice zucchero filato come padrino.

L’India è un paese povero, vero. Le cause della sua povertà sono diverse, affondano in radici storiche che risalgono al dominio inglese, all’invasione musulmana e al sistema delle caste che, sebbene abolito, rimane attualissimo.

Ricchezza 2

L’India è un paese sporco, vero. Non mi sono mai fatta problemi a mangiare cibo dalle bancarelle
di strada o nei ristorantini frequentati solo da indiani.

Quello che mi ha sempre colpito molto è la loro abitudine di defecare in pubblico; parliamo di uno stato in cui, secondo l’Unicef, quasi 594 milioni di persone hanno l’uso di defecare all’aperto con tutto ciò che ne deriva da un punto di vista igienico e sanitario e con gravi conseguenze ecologiche, tra cui la contaminazione dell’acqua.

Nell’aprile del 2014, l’Unicef aveva lanciato una campagna di sensibilizzazione verso questa pratica tutta indiana e il 31 dicembre 2014, il primo Ministro Narendra Modi ha comunicato che sarebbero stati presi provvedimenti su scala nazionale per arginare questa abitudine e incentivare l’utilizzo dei servizi igienici.

Come? Il governo ha fatto installare più di 500mila latrine nelle case e un esercito di ispettori della sanità verificherà l’effettivo utilizzo degli stessi andando di casa in casa con tablet e connesione internet per aggiornare i dati in tempo reale. Spesso, infatti, i servizi igienici vengono usati come ripostigli.

Il Ministro ha l’ambizioso progetto di eliminare definitivamente tale pratica entro il 2019; a tale proposito ha anche dato avvio al progetto “Missione India Pulita”.
Il nodo centrale della questione è che andrebbero spesi e investiti più fondi per l’informazione e l’educazione, prima ancora di installare semplicemente più latrine.

Per approfondire, leggi anche:Dharavi, baraccopoli o città organizzata?”

Tuttavia, durante i vostri viaggi in India, non andrete in giro con una tabella e un grafico a portata di mano ma avrete solo i vostri occhi, il vostro cuore e la vostra coscienza… ed è qui che arriva il bello! Perchè una volta che esci dal Mc Donald, togli i tuoi panni occidentali ed entri nei loro, la racchia povertà, come una vera prima donna, può entrare nella sua cabina armadio, cambiare abito e uscirne bellissima.

Ricchezza 3

Un abito fatto di giochi semplici. Come una volta.
Durante il mio ultimo viaggio in India ho fatto particolare attenzione a questo aspetto grazie a bambini inconsapevoli.
Ho iniziato a vedere la povertà da una prospettiva diversa rispetto al mio primo viaggio, in cui i miei occhi erano tesi più verso il negativo, verso la sporcizia, il caos, le fogne a cielo aperto, verso quello che mi scioccava, che non riuscivo proprio a comprendere.

Ricchezza 4

Senza rendermene conto ho iniziato a fotografare i bambini nella loro quotidianità, nell’espressione della loro povertà, della loro normalità, delle loro abitudini; quegli stessi bambini di cui riuscivo a pensare solo che “non avevano nulla” rispetto ai nostri, hanno iniziato ad avere uno spazio, una collocazione, dei contorni.

All’improvviso l’India è diventata un grande laboratorio a cielo aperto con una miriade di piccoli e ignari ingegneri, scienziati e costruttori di barchette di carta, palle di elastici, ruote in corsa spinte con un bastone urlando cose incomprensibili.
Ed è così che la povertà ha continuato a farmi male. Ma sempre meno paura.

Madeleine Cinquin, nel suo libro “Ricchezza della povertà” scrive ” … la responsabilità personale si sviluppa nella misura in cui ci si mette a confronto con la miseria… non desidero che tutti facciano l’esperienza della miseria. Ho orrore della celebrazione della miseria. Desidero solo che ciascuno abbia la possibilità di destare la sua coscienza.”

 


Ricchezza 5

 


Fonte www.unicef.org
Immagini dell’autrice