Come si sopravvive alla miseria indiana? Che cosa prova una “moglie a seguito”, che ha seguito il marito espatriato in India per lavoro, di fronte a chi vive sui marciapiedi?

Vergogna, indifferenza, speranza?

Michela Zorzi, partita per Pune nel 2013, è appassionata di yoga, lavora come volontaria in un orfanotrofio, scrive in un blog in cui parla delle sue disavventure indiane, dello shock culturale e di come sopravvivere in questo Paese.

L’articolo originale è tratto dal suo blog Sopravvivere in India ed è disponibile a questo indirizzo.

 


Il giorno in cui la mia amica è ripartita, lasciando un buco enorme che pian piano si sta riempiendo di zanzare, ho capito che l’arrivo di gente nuova ci aiuta a sopravvivere alla miseria.

La miseria a Pune è ovunque, non la povertà (e anche quella non scherza), io parlo proprio di miseria, quella sensazione, il fatto che sai di essere circondato da gente che ha pochissimo.

La vergogna credo sia una delle pochissime cose che accomuna tutte noi, mogli a seguito. Arrivi in India da un paese del primo mondo e qui non hai nessun punto di appoggio, il primo periodo serve solo a smaltire la vergogna di non essere povero.

Qui la miseria non è nascosta, le society dei ricchi sorgono vicino agli slum, camminando nel marciapiede scavalchi i mendicanti che dormono per strada, ai semafori scansi gli storpi e il cagatoio dello slum sorge vicino al supermercato.

La miseria la tasti quando scopri che tu hai speso 15 euro per mangiare quando c’è gente che vive con un euro al giorno, ti vergogni quando scopri che i tuoi “vicini” non hanno l’acqua e tu fai docce da 20 minuti.

La vergogna non finisce mai nella più grande democrazia del mondo, ma presto inizia a farsi più silenziosa, continua a camminare con te, ma non fa più sentire la sua presenza in maniera così forte e, solo a quel punto, subentra lo spirito di sopravvivenza.

Io ho capito abbastanza presto che non sarei mai diventata un’indiana, posso fingere, posso provarci, posso iniziare a fare tutte quelle cose che da noi sarebbero considerate da maleducati, ma non sarò mai considerata dagli indiani una di loro.

Non so se è perché inizialmente ho veramente odiato la loro terra o perché non assomiglio a nessuno dei loro idoli bianchi, ma per gli indiani io rimarrò sempre una forestiera, a differenza di PCLPLDCDNT (Persona Che Lavora Per La Ditta Colpevole Del Nostro Trasferimento) che con il suo hindi se li fa tutti amici!

Quando vivi in India, per un periodo di tempo abbastanza lungo, capisci che qui tutto si basa sulla legge della giungla. Grazie al pensiero castista il povero rimarrà sempre povero e il ricco sempre ricco.

L’India però sforna persone a un ritmo che ancora non mi spiego, quindi il povero sa che arriverà uno più povero di lui e il ricco sa che quelli più ricchi di lui sono sempre in agguato, questo basta per avere un’intera popolazione sempre pronta a lottare per ogni minimo confort, che sia un pezzo di strada o una macchina più grande.

Credo sia questo uno dei motivi più grandi che spinge gli indiani a mentire sempre e comunque: loro devono sopravvivere.

Questo clima di lotta continua, questa gara a cui non volevi partecipare, a volte ti porta a diventare indifferente alla miseria che una volta guadavi con orrore. Stando in India diventi sempre più insensibile a certe cose, le accetti anche se non le capisci, o non le accetti ma provi a fartene una ragione.

Ecco, le persone che vengono a trovarci, chi non è abituato o non sa che qui per sopravvivere si fa così, ci riportano a una dimensione normale, ci aiutano a ricordare chi eravamo e cosa non va perso.

Poi, se non bastasse, c’è l’India stessa che alla fine ti fa sempre dei piccoli regali nei giorni in cui meno te l’aspetti, vedi la bellezza negli occhi di chi non conoscevi fino a un momento prima, succede qualcosa e quel qualcosa ti allontana dalla bestia che potresti diventare.

C’è qualcosa in questa terra che anch’io, una volta insensibile ad essa, ho sempre sentito. Non so se è un amore profondo che riesce a volte a trasmettere, o se è semplicemente un piccolo raggio di sole in un posto senza luce, però c’è sempre quel qualcosa che ti fa sperare, che ti fa capire che forse c’è un ordine in questo caos indefinito, forse non è tutto marcio. Forse.

Oggi un bambino dell’orfanotrofio è stato adottato da una coppia di Udine e io non potevo essere più felice.

Questo è nostro figlio. Noi siamo i suoi genitori.

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Foto tratta dall’articolo originale.