Com’è vissuta la morte in India? Recarsi a Varanasi e sedersi in cima ai ghat concede un’altra prospettiva sul concetto del morire. La dottrina induista si basa sul ciclo dell’esistenza come reincarnazione della vita precedente.

L’autrice dell’articolo è Teresa Pisanò, salentina di origine, ma zingara di fatto.  Appassionata di yoga e fotografia, vive a Taiwan, dove insegna italiano. Innamorata dell’Asia, scrive il blog  Asia Mon Amour, dove racconta le sue storie e i suoi viaggi.

Articolo tratto dal blog Asia Mon Amour e disponibile a questo indirizzo.


«O chi riflette più sulla morte? Quella per noi occidentali è diventata un tabù. Viviamo in società fatte di ottimismo pubblicitario in cui la morte non ha posto. È stata rimossa, tolta di mezzo.

Ogni indovino che vedevo, invece, me la rimetteva davanti. Gia nel corso della mia vita com’è cambiata, la morte! Quand’ero ragazzo era un fatto corale. Moriva un vicino di casa e tutti assistevano, aiutavano.

La morte veniva mostrata. Si apriva la casa, il morto veniva esposto e ciascuno faceva così la sua conoscenza con la morte. Oggi è il contrario: la morte è un imbarazzo, viene nascosta.

Nessuno sa più gestirla. Nessuno sa più cosa fare con un morto. L’esperienza della morte si fa sempre più rara e uno può arrivare alla propria senza mai aver visto quella di un altro».

(Tiziano Terzani, Un indovino mi disse, 1995)

Anche a Varanasi la morte è quella di sempre, non la si nasconde, ma la si mostra, perché è una cosa normale, è solo un’altra fase della vita e nessuno ne è immune.

Ho visto il primo morto da piccola, una vicina di casa, e ricordo che non ne rimasi sconvolta. Mi colpirono invece le reazioni dei vivi. Il dolore degli altri mi ha sempre turbato.

Poi crescendo ho perso parenti e amici cari e ho cominciato ad averne paura. La morte è diventata una parola da non pronunciare, quasi come per non svegliarla e in alcuni momenti della mia vita si è trasformata in una vera e propria fobia, un’ossessione.

Ma quando sono andata in India, dove la vita e la morte convivono con grande naturalezza, dove la morte è accettata allo stesso modo di tutti gli altri eventi della vita, dove entrambe le facce della stessa medaglia si intrecciano e si relazionano nel ciclo dell’esistenza, ho guardato a Lei con altri occhi.

A Varanasi, l’antica Benares, c’è un ghat dove si svolgono i riti della cremazione, il Ghat di Manikarnika (in hindi “ghat” significa scalinata che porta lungo un corso d’acqua): un ammasso di palazzi antichi come l’uomo, l’unico posto che ho visto in India senza un barlume di luce, come una fotografia sbiadita i cui colori sono stati lavati via dal tempo, che qui pare essersi fermato.

Un girone dantesco nel buio denso della notte illuminata dai fuochi delle pire.

varanasi

Morire a Varanasi è il sogno di tutti i devoti ed è considerato una benedizione, poiché morire nella città sacra significa ottenere il moksha, la liberazione del ciclo delle reincarnazioni.

I corpi, avvolti in drappi arancioni e gialli e adagiati su lettighe di bambù, vengono trasportati fino al ghat per essere bruciati secondo il rituale induista.

Vengono prima bagnati nelle acque sacre del Gange per l’espiazione e la purificazione dei peccati, in seguito vengono posizionati sulle pire intorno alle quali i familiari girano 5 volte, tante quanti sono gli elementi riconosciuti dalla dottrina hindu: l’etere, l’aria, il fuoco, l’acqua e la terra.

In caso di morte del padre è il figlio maggiore a condurre il rito, mentre in caso di morte della madre è il figlio minore. Successivamente il corpo, precedentemente cosparso di polvere di sandalo, viene bruciato a partire dalla testa, attingendo al “fuoco eterno”, una debole fiammella che si trova in un braciere nell’edificio centrale e che arde dalla notte dei tempi.

Le stoffe vengono divorate dalle fiamme in pochi secondi, scoprendo corpi scuriti dal fuoco e poi solo ossa, che sembrano tronchi spezzati, rami dello stesso mucchio di legna delle pire e poi carboni e poi cenere.

Ho scoperto quella notte che ci sono due parti del corpo che non bruciano: il bacino delle donne e la gabbia toracica degli uomini, che vengono gettati nel Gange. Un signore mi ha spiegato che sono le parti più forti del corpo umano, il bacino per le gravidanze e i parti, la gabbia toracica per il duro lavoro fisico.

Alla fine della cremazione, il figlio rompe il cranio del defunto, permettendo così all’anima di liberarsi. Tutto questo nella pace e nella tranquillità più assoluta. Non ho visto piangere nessuno. Mai.

Le donne non sono ammesse al rito funebre, proprio perché considerate più emotive. Si crede infatti che il pianto e il turbamento trattengano l’anima sulla terra. Solo i bambini, le donne gravide, gli animali sacri, i lebbrosi e i santoni non vengono cremati, ma offerti direttamente alle acque del fiume.

Ho passato una notte seduta sulle scalinate del ghat perché volevo sfidare la mia paura e ho osservato per ore la morte, l’ho vista da vicino e non mi ha turbato.

Poi ho preso la barca aspettando di vedere l’alba più bella del mondo e il Ghat di Manikarnika visto dall’acqua aveva un aspetto ancora più cupo, avvolto da un’atmosfera oscura e pesante.

Sembrava l’Inferno di Dante e il barcaiolo indiano, remando lento sulle acque del Gange lisce come olio alle prime luci del giorno, si trasformava in Caronte, il traghettatore dell’Ade.

Non ho avuto paura. 
La mia anima era in pace, perché l’India ti riconcilia non solo con la vita, ma anche con la morte.

Leggi anche: Varanasi, le 7 cose che devi assolutamente fare

gange


Tutte le fotografie sono tratte dall’articolo originale