Ecco la seconda parte del racconto I Tre dell’Ave Maria, una storia con tre protagonisti, reali o non poco importa.

In questa seconda parte i tre dell’Ave Maria incontrano Padre Richard, ognuno a modo suo. A raccontarci dell’incontro con il parroco sarà uno dei personaggi, Guido, l’autore di questa storia.

Guido Bollino è nato ad Alessandria nel 1982. Fotografo e scrittore, alterna la sua attività tra studio fotografico, reportage e narrazione.

Ha vissuto ad Alessandria, Bologna, Torino e Valsad (India). Si sporca ormai da anni le mani d’inchiostro e di soluzioni per sviluppo fotografico.

Articolo originale tratto da Indianaut e disponibile a questo indirizzo.


Per leggere la prima parte del racconto: I tre dell’Ave Maria – Prima parte

Padre Richard o Richie, come si fa chiamare, è il parroco di questa comunità da qualche anno a questa parte.

Finita messa, sveste l’abito talare in un batter d’occhio (tanto velocemente che si potrebbe pensare abbia un gemello) e torna a indossare una camicia a quadri di dubbio gusto, divisa ufficiale indiana.

La sua testa è rigata da un riporto inutile che disegna strane onde, ha un sorriso sincero e i modi risoluti di chi non è abituato a perdere tempo.

Parecchia gente si ferma davanti alla canonica dopo la messa, chi per chiedere un consiglio, chi per fare un’offerta.

Rimango ancora un po’ a chiacchierare con loro, tutti sempre, immancabilmente, sorridenti, in attesa di poter entrare nel suo ufficio.

Padre Richie - I tre dell'Ave Maria

Dice di avermi visto passare qualche volta davanti alla chiesa, lo dice con il tono del prete di provincia che rimprovera i compaesani che non vanno a messa.

Con lo stesso tono mi chiede come mai non mi sia mai spinto oltre il cancello, cosa mi abbia fermato, che paura può mai fare una chiesa, la casa di tutti?

Dalla finestra riesco a vedere Guareschi mentre si pettina i baffoni monarchici, sono sicuro che sotto quei due virgoloni fuori moda se la stia ridendo.

Padre Richard mi spiega che a Valsad ci sono circa duecento famiglie cattoliche, la chiesa è il punto di riferimento per tutti.

Ma non è solo quello.

La realtà non è solo fatta da chi è emigrato qui per un lavoro ben remunerato, la storia che tutti raccontano con meno entusiasmo è quella dei villaggi e della povertà.

E finalmente la povertà. La sua assenza stava diventando imbarazzante e surreale, se già la chiesa cattolica sembra provenire dalla povertà per poi vivere nell’agio in Europa, che dire dell’India? Qui non serve certo l’immaginazione per trovare la miseria, basta fare qualche passo per strada.

Nei villaggi la situazione è anche peggiore ma quei villaggi sembrano troppo lontani dal prato all’inglese di fronte alla chiesa che, verde come fossimo in Irlanda, sbeffeggia l’afa che lo circonda.

Padre Richard è stato un missionario per dodici anni e sembra rimpiangere il tempo passato, ora gestisce una ONG, la Khedut Vikas Mandal che tradotto approssimativamente significa “società per lo sviluppo agricolo”.

Si occupa di aiutare gli abitanti dei villaggi a migliorare le proprie condizioni di vita, facendolo però, così dice, senza donare soldi fuori controllo, vecchia e inutile usanza che ha fatto più danni della povertà stessa. I soldi vengono usati per creare qualcosa di duraturo.

Mi spiega che più del denaro a volte serve solo la pazienza di spiegare e spiegare ancora che un villaggio organizzato nel quale l’allevamento e l’agricoltura vengano fatti con criterio e nel quale sia insegnanti sia alunni la mattina vadano a scuola per quel sano scambio di sapere, può sopravvivere con un aiuto minimo.

Spesso si deve partire da una persona sola e poi pian piano convincere le altre, un lavoro che dura mesi o anni ma che sembra aver dato i suoi frutti.

Il KVM ora segue cinquantasei villaggi sparsi per il Gujarat.

Forse quella legge sulle religioni che in tanti considerano ingiusta sta facendo del bene.

Sta tenendo lontani quelli che considerano il terzo mondo una terra di conquista in cui collezionare nuovi credenti, come se la sola conversione bastasse a risolvere ogni problema. Spinto dalla mia innata curiosità ottengo la promessa di una visita a uno di quei villaggi.

Mentre, ritornato al suo ruolo di parroco, inizia a parlarmi dei lavori di ristrutturazione che farà per festeggiare i cent’anni della chiesa, viene interrotto dalle voci dei bambini nel salone accanto. Padre Richard allora posa la penna con cui giocherellava, sorride e mi dice di andare a vedere.

Stanno imparando i nuovi canti, i più grandi che già li conoscono aiutano i più piccoli. Si canta in inglese e molti l’inglese l’hanno imparato qui tra un canto e una preghiera.

C’è chi canta sicuro, chi muove appena le labbra, chi invece guardando le labbra degli altri cerca d’intuire la sillaba successiva e chi già sa leggere, che cerca di seguire le parole sulla lavagna in fondo alla sala.

Lavagna - I tre dell'Ave Maria

Il senso di comunità che si riesce ad avvertire qui, anche semplicemente sedendosi vicino ai bambini che cantano con madri e nonne distanti a sufficienza per poter parlare tra loro, vedere famiglie che s’incontrano e passano ore della giornata insieme, fa uno strano effetto.

Perché è proprio quello che si sentirebbe chiedere dal parroco di Guareschi alle famiglie del suo paese senza ottenere alcun risultato.

Per trovare la bontà, la condivisione, la tolleranza, la partecipazione e la fede che tanto predica, il cattolicesimo è dovuto venire fin qui.

E qui non ha dovuto cambiare quasi nulla perché tutto ciò di cui aveva bisogno se l’è trovato pronto, figlio di una cultura millenaria così distante e all’apparenza diversa.

Che strano effetto deve fare trovare ciò che si è perseguito per secoli, fatto meglio, da qualcun altro.

Ed è probabilmente questa la verità.

Noi tre a cercare tracce di vecchie convinzioni, tutti e tre così certi delle nostre opinioni da non vedere ciò che realmente si trovava davanti ai nostri occhi.

Poco importa se hanno nomi americani e cognomi portoghesi, se recitano preghiere familiari o se si fanno il segno della croce, nei loro gesti c’è qualcosa di più antico che si è adattato con naturalezza alle prediche portoghesi ma che da queste non deriva.

Il cristianesimo così si ridimensiona e invece di essere la fonte di quella apparente bontà incondizionata diventa un semplice affluente.

I bambini finiscono di cantare e corrono in cortile a giocare, io vengo attirato da un profumo noto, questa volta tutto indiano e lo seguo fino a trovare le cucine.

Ranchod sta cucinando riso al cumino per chi si fermerà a mangiare, me ne offre una ciotola, Guareschi aspetta fuori, era già passato di qua con ben altre aspettative, la sua teoria forse ha iniziato a vacillare proprio in cucina. E ora suona più come: indiani si è indiani che si sia cristiani…

I tre dell'Ave Maria 4

Già ma dove sono corsi i bambini?

Qualcuno gioca a cricket, altri si inseguono nel prato ma la maggior parte di loro si sta preparando per una lezione del più surreale degli sport che si possa praticare in India. Il pattinaggio.

Il solo pensare a una strada indiana in cui si possa pattinare, se si vive qui da più di qualche mese, diventa un esercizio d’astrazione quasi impossibile.

Terra, buche, mucche, cani, cammelli, traffico impazzito, come si può davvero pensare al pattinaggio? E poi quali parchi o quali impianti per farlo?

Padre Richard ha detto che per tenere unita la comunità bisogna iniziare dai bambini e così sta facendo. Questa ciurma di scalmanati che si diverte a inseguirsi, una volta che avrà imparato a pattinare, dove potrà farlo se non qui?

Guareschi s’illumina per un istante e ha un sussulto pensando all’astuzia paesana del parroco, gli faccio vedere la ciotola di riso al cumino che ancora sto mangiando e questo basta a riportarlo alla ragione.

Però, devo ammetterlo, in quanto ad astuzia, padre Richard non se la cava affatto male. Di tutte le nostre discussioni però ai bambini non importa davvero nulla.

Entusiasti dei loro pattini e dei loro caschi da ciclisti anni settanta, gironzolano incerti come ubriachi o spavaldi come campioni nei pochi metri quadri di cemento alle spalle della chiesa.

E se mi coricassi proprio in mezzo alla pista?

 

I tre dell'Ave Maria 5

Guareschi torna a sedersi sulla sua panchina in silenzio, Sant’Antonio è di nuovo al suo posto in chiesa con qualche corona di fiori in più, io sto per andare via, almeno per questa volta.

Ci guardiamo da lontano, un po’ meno sicuri delle nostre convinzioni.

Tre stranieri che cercano di capire un popolo che è molto più complesso di quanto quei sorrisi di burro facciano pensare.

Probabilmente la visita a un villaggio assistito dalla ONG mi farà capire quanto siano vere le parole che ho ascoltato, perché la distanza tra il benessere e la povertà qui ha un sapore acre, sono realtà che sembrano respingersi come magneti e lo fanno con tanta più forza quanto più le si avvicini.

Le stesse persone che camminano serene sul prato all’inglese sono davvero quelle che aiuteranno chi non sa se riuscirà a mangiare domani?

La bontà dei loro occhi sarà la stessa delle loro mani?

Offrire una ciotola di riso a me non è così difficile, tutti sanno che non ne chiederò una seconda.

Si è fatto tardi, oltre il cancello rosso mi aspetta un’India diversa, l’India che incontro tutti giorni, l’India di disordine e povertà.

Continuo a chiedermi quale sia la via d’uscita da tutto ciò.

Cosa possa desiderare una bambina nata in un villaggio, a chi spetti la sua educazione, chi debba decidere il suo futuro. Quali sogni o quali paure si possano nascondere in una canzone per farla addormentare.

Ninna nanna, ninna oh, questa bimba a chi la do…


Tutte le immagini sono tratte dall’articolo originale di Indianaut “I Tre dell’Ave Maria”