Che effetto avrà l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca sulle relazioni fra Stati Uniti e India?

Ce lo racconta Gianluca Pastori, in questo articolo pubblicato per il quotidiano online l’Indro.

Gianluca Pastori insegna di Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore.

L’articolo completo è disponibile da L’Indro mentre l’estratto è disponibile a questo indirizzo.


E’ una domanda che sorge spontanea dopo la recente telefonata fra il Presidente da poco insediato e il Primo Ministro Narendra Modi, telefonata che le parti hanno concordemente definito ‘calda’ e ‘amichevole’.

Negli scorsi anni, sia sotto l’amministrazione di George W. Bush, sia sotto quella di Barack Obama, i rapporti fra Washington e il secondo ‘gigante asiatico’ si sono consolidati, pur se con alti e bassi e con una serie di questioni problematiche ancora aperte.

L’avvio della ‘Global War on Terror’ prima, quello dell’intervento militare in Afghanistan dopo hanno spianto la via ad una fase di intensa collaborazione politica e militare, in buona parte legata a quelle che sono le mai celate ambizioni regionali di Nuova Delhi.

Il crescente peso politico della Cina (con cui l’India ha vari contenziosi aperti, primo fra tutti quello legato alla definizione della frontiera himalayana) ha rafforzato tale processo, che trova, tuttavia, un punto di debolezza nel miglioramento registrato a partire dal 2014 dei rapporti fra Washington e il Pakistan, che dell’India rimane il nemico storico.

Anche le relazioni cordiali che Nuova Delhi intrattiene con Mosca e Teheran rappresentano un punto di frizione fra le parti.

Stati Uniti e India hanno oggi in corso una lunga serie di programmi di collaborazione in campo culturale, strategico, militare ed economico. Il potenziale economico indiano, unito alla presenza di una forte comunità indiana negli Stati Uniti (che si traduce in un significativo ‘ritorno’ elettorale delle politiche pro-India al Congresso) giocano anche loro in favore di più solidi rapporti fra i due Paesi.

Dal 2014 (anno dell’insediamento) a oggi, Modi (che come Chief Minister del Gujarat si era visto negare il visto d’ingresso negli Stati Uniti a causa delle responsabilità che gli erano state attribuite per le violenze interconfessionali che avevano colpito lo Stato nel 2002) ha compiuto tre visite ufficiali nel Paese, visite contraccambiate da quella del 2015 del Presidente Obama in occasione del sessantaseiesimo anniversario dell’adozione della costituzione indiana.

Per saperne di più sulla visita di Obama in India, leggi anche: La visita di Obama in India e il popolo di Twitter

Già nel 2010 Obama aveva annunciato l’intenzione di sostenere la candidatura indiana a un eventuale nuovo seggio permanente al Consiglio di Sicurezza ONU. Negli anni successivi, nuovi accordi avrebbero rilanciato la cooperazione fra la parti, ad esempio nei comparti della difesa, del nucleare civile, del contrasto al terrorismo e della protezione della sicurezza interna, del clima e dell’energia, dell’educazione, della scienza e tecnologia, oltre che – ovviamente – degli scambi commerciali.

Secondo quanto affermato dal Ministero degli Esteri indiano, quindi, le relazioni India-Stati Uniti si sarebbero ormai evolute «in una partnership strategica globale, fondata sulla condivisione dei valori democratici e su una crescente convergenza.d’interessi sui temi bilaterali, regionali e globali».

La difesa e il consolidamento di questa partnership sono visti da vari osservatori come il principale obiettivo che la nuova amministrazione statunitense dovrebbe perseguire, aiutata in ciò da un consenso largamente bipartisan a livello di Congresso.

L’intenzione manifestata dal nuovo Presidente di alzare i toni del confronto con Pechino può costituire un altro incentivo a consolidare la relazione con Nuova Delhi, superando i contrasti che potrebbero venire a galla a livello economico e commerciale alla luce delle mire protezionistiche di Trump e della volontà espressa di Modi di trasformare l’India un mercato sempre più appetibile per i grandi investimenti internazionali.

Anche i buoni rapporti che Nuova Delhi tradizionalmente mantiene con la Russia potrebbero perdere, agli occhi della nuova amministrazione americana, parte della loro importanza, specie nel caso in cui la sua politica di ‘détente’ nei confronti di Mosca dovesse produrre risultati concreti e duraturi in teatri-chiave come l’Ucraina, la Siria e il Medio Oriente.

E’ questo lo sfondo su cui si colloca la telefonata ‘calda’ e ‘amichevole’ fra Trump e Modi.

Un segnale di come – almeno apparentemente – gli screzi sollevati da un’altra telefonata (quella dell’allora Presidente eletto con il Primo Ministro pakistano Nawaz Sharif, agli inizi di dicembre) siano stati messi da parte.

Nel complicato sistema degli equilibri asiatici, il legame fra Nuova Delhi e Washington è importante per entrambi.

Per gli Stati Uniti, la vicinanza all’India costituisce il modo di tenere ‘sotto pressione’ sia un alleato ‘problematico’ come il Pakistan sia una Cina con cui i rapporti, al di là delle aperture degli anni della seconda amministrazione Obama, restano delicati.

Gli interessi che l’India tradizionalmente coltiva in Afghanistan (in chiave anti-pakistana) ne fanno, inoltre, un interlocutore importante in una fase in cui la situazione nel Paese appare in costante deterioramento.

Per l’India, buone relazioni con Washington sono una parte centrale della strategia di ‘amicizia a largo spettro’ delineata dalla ‘dottrina Modi’, con cui il Paese cerca di promuovere tanto i suoi interessi economici quanto le sue ambizioni politiche.

Un matrimonio di convenienza quindi, che non ha risentito – nel passato – dell’arrivo al governo di una figura controversa come quella dell’attuale Primo Ministro e che – con ogni probabilità – non risentirà, oggi, dall’arrivo di ‘The Donald’ alla Casa Bianca.


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