Vivere e viaggiare in India non sono sinonimi.

Vivendo in India, diventi un insider e assumi modi di fare congeniali al luogo.

Ma il tuo cambiamento è più chiaro che mai quando torni a casa: è lì che ti rendi conto di quanto sei cambiato.

Nei miei viaggi durante il fine settimana o le festività, ho avuto modo di interagire con i viaggiatori, con chi ha deciso di mollare tutto e venire in India alla ricerca di qualcosa, oppure con coloro che, spinti dalla semplice curiosità, hanno deciso di visitarla.

In queste situazioni, ho potuto riflettere sul diverso approccio del viaggiatore e di colui che ci vive.


L’India vista dagli occhi di un viaggiatore è fantasia, è un po’ come un racconto delle “Mille e una notte”. Ci si lascia assorbire nella convinzione di viaggiare con uno spirito avventuroso, l’idea di “lasciare tutto al caso”.

Ma non è sufficiente adottare il look “hippie” di alcuni viaggiatori, con pantaloni arabi, dedicarsi allo yoga o viaggiare in treno in classe generale, per capire l’India.

Per approfondire, leggi anche: Vado in India alla ricerca spirituale, ma è davvero così?

Molte persone mi hanno raccontato entusiaste del loro itinerario, presumendo fosse unico e diverso da tutti gli altri, per poi cadere nella trappola del viaggiatore “zaino in spalla” e recarsi tutti nei luoghi così definiti dai forum anti-convenzionali e autentici.

Ho percepito come in realtà il viaggio a volte non faccia altro che confermare gli stereotipi sul luogo e sulle persone, al prezzo di racconti stravaganti da portare a casa.

Il viaggio in India invece per me è uno strumento che consente di conoscere e scoprire un’altra cultura diversa dalla mia, osservarne i suoi usi e costumi.

In un viaggio cerco il contatto con la gente locale, perché mi piace trasmettere la sensazione di vicinanza, di comprensione e integrazione con il luogo.

L’India è la memoria del passato, è i contorni di una fotografia sfocata, è ingenuità e semplicità di un gesto ormai dimenticato.

L’India è un arcobaleno di colori, è un sorriso, quello che non ha bisogno di parole e che magicamente ti fa sentire nel posto giusto come se avessi fatto qualcosa di grandioso senza saperlo.

L’India è caos, è giungla, è illogicità nei momenti in cui vorresti tanto sapere cosa stia succedendo ma sai benissimo che non c’è una spiegazione, è così.

L’India è fiducia, è speranza, quella che intravedi negli sconfinati occhi che incontri per strada, è una mano che ti stringe al buio quando non sai più dove ti trovi.

L’India è uno specchio in cui riflettersi. L’India è una sorpresa alla quale non si può mai arrivare preparati: vivendoci, alcuni comportamenti possono essere anticipati, ma non sarà mai una regola, sei tu a dover stabilire la tua.

Nonostante ciò ancora oggi, dopo due anni, l’India mi chiede di mettermi in gioco.

Per questo ho deciso di viverci, in India. La scelta di vivere in India non può essere sconsiderata, anche se spesso non viene facilmente compresa. Personalmente, la voglia di conoscere il paese e le sue dinamiche con un’ottica non “estranea” è prevalsa.

Non avrei capito la gioia delle danze sotto la prima pioggia. E la sensazione di bere un chai assaporando la timida aria dei monsoni. Non avrei saputo come salutare rispettosamente gli anziani in una famiglia, e come sia più opportuno ricambiare un invito.

Non avrei conosciuto il concetto per cui un ospite è un re e viene trattato come tale, perciò come l’ospitalità sia un concetto ben al di là del semplice invito a condividere un pasto.

Non avrei capito il motivo dietro alle innumerevoli promesse, il più delle volte vane, di servizi svolti in una determinata tempistica.

Non avrei saputo che quelle precise particelle temporali, a noi occidentali tanto care, in India hanno un sapore diverso: il sapore di un tempo percepito non come una linea ma come un cerchio.

E come la famiglia abbia l’assoluta priorità nella vita di ogni individuo, tanto da poter permettersi ritardi al lavoro come se gli eventi familiari fossero la cosa più naturale del mondo. O ancora, come sia normale fermarsi durante l’orario di lavoro per invocare preghiere e porgere eventuali offerte agli dèi.

Non avrei capito il motivo per cui guidare senza casco non sia per loro sintomo di pericolo (il caldo è insopportabile e il traffico piuttosto lento, ciononostante è sempre bene indossarlo).

Non saprei che al cinema, prima della proiezione di un film, l’inno nazionale viene trasmesso sullo schermo e tutti sono tenuti ad alzarsi in piedi.

Perché un tal cibo possa essere consumato solo a colazione, mentre per noi potrebbe equivalere a un pranzo. Non avrei capito il motivo per cui all’uscita del supermercato, dopo la tappa alla cassa, lo scontrino debba essere esposto a un ulteriore supervisione e timbrato.

Non avrei condiviso l’esperienza di amici che, raggiunti circa i trent’anni, se non ancora sposati, devono (purtroppo) sottoporsi a incontri organizzati dalle famiglie per scegliere il proprio partner di vita. E come la tecnologia abbia “facilitato” tale processo grazie a Shaadi, il sito matrimoniale numero uno: un nome, una garanzia, in India.

La lista non può essere esauriente e vorrei anzi lasciarla con i tre puntini di sospensione, perché in fondo l’India è diversa per ciascuno e diverse sono le esigenze e punti di vista.

Ovviamente, chi opta per un viaggio a lungo termine, interagendo costantemente con gente locale sperimenta l’India in un modo ancora diverso, rispetto al viaggiatore occasionale. Consapevole del fatto che non tutti hanno la possibilità di viverci, queste parole si propongono come una riflessione sul modo in cui l’India cambia la percezione di sé e dell’altro.

Ripenso ancora una volta all’India come a quella foto sfocata, e tutt’ora sfugge.


Foto dell’autrice