Continua la mia avventura del servizio civile in India, alla scoperta del Karnataka e dei suoi abitanti.

Questa volta vi parlo di un incontro avvenuto in un villaggio Siddhi tra le foreste del Karnataka.

L’occasione è stata una Prima Comunione, che mi ha aperto gli occhi su una popolazione non troppo conosciuta, i cosidetti “africani dell’India”, e sui modi in cui il Cristianesimo si è mescolato con la cultura locale.


Mi trovo in una chiesa, bianca, semplice, costruita qualche decina di anni fa. Attorno a me sono sedute donne dall’aspetto fiero, importante.

Tutte, giovani o meno, sono alte, slanciate, con le spalle dritte. I tratti spigolosi del viso sono incorniciati da capelli ricci, crespi, ornati da fiori di gelsomino che tradizionalmente adornano il volto delle donne del sud dell’India.

Gli occhi sono neri, la pelle è liscia, color ebano. I loro occhi si muovono sulle note dei canti che il coro, in fondo alla chiesa, innalza su tonalità più o meno apprezzate dalle mie orecchie.

Mi seguono sguardi sorridenti, inquisitivi, provenienti da terre lontane, mentre la cerimonia procede seguendo il suo corso, forse particolarmente lento.

Mi guardo intorno estraniata: sono in India, in mezzo alla foresta, in una chiesa tra donne cristiane appartenenti alla comunità Siddhi, gli africani dell’India.

Bambina in vestito da Prima Comunione fuori dalla chiesa

A poche settimane dal mio arrivo in India, io e Claudia veniamo invitate a una prima comunione di alcune ragazzine, in un piccolissimo villaggio vicino a Mundgod, chiamato Ugginkeri.

Si tratta di una località Siddhi, molto povera, nascosta tra le foreste intricate e alcune piantagioni di banane.

I Siddhi, o Siddi, sono una comunità di discendenti di africani originari dell’Africa sudorientale. I loro antenati vennero portati come schiavi dai mercanti fin dall’inizio del Sedicesimo secolo, quando i portoghesi iniziarono a colonizzare l’India centrale, insediandosi a Goa.

Anni di schiavitù e oppressione spinsero molti Siddhi a rifugiarsi nell’entroterra, addentrandosi nelle foreste del Karnataka.

Quindi si sparsero per diverse aree dell’India centromeridionale, vivendo e adottando man mano costumi, tradizioni, vestiti e lingue delle popolazioni locali del subcontinente indiano.

Le comunità che vivono in Karnataka sono induiste, musulmane e cattoliche, ma hanno mantenuto tratti legati alla loro spiritualità originaria a tratti animista.

Sono comunità che negli ultimi decenni sono venute sempre più a contatto con gli altri indiani, soprattutto con le piccole realtà cristiane e le chiese parrocchiali. In questo senso non c’è nulla di ancestrale, di primordiale, di intatto, di vergine in loro.

Il loro stesso essere qua ha portato loro a secoli di incontri, di cambiamenti, di sincretismo, di incroci culturali.

Donna Siddhi con Saree e figlia

La celebrazione si svolge in un mix di kannada e konkani, le lingue locali. Dopo un incessante susseguirsi di battesimi, prime comunioni, canti, e qualche ovvio e atteso power cut, la cerimonia si conclude bruscamente con un segno di benedizione da parte dei quattro sacerdoti indiani.

Esco, pronta a tuffarmi nel bagno di folla radunata fuori dalla chiesa che aspetta i bambini festeggiati come fossero sposi. Mi travolgono una brezza leggera a un’esplosione di colori.

La gente festeggia, i bambini, che formano la maggior parte delle persone radunate, si rincorrono fino a raggiungere un banchetto che alcuni ragazzi hanno organizzato. Una specie di pesca, i cui premi sono 6 bottiglie di Coca Cola.

La scena è quasi buffa, mi sembra davvero di essere in qualche villaggio africano. Non in India, non qua. Di indiano ci sono i vestiti, la lingua, ma i miei occhi faticano a vedere altro, almeno esteriormente.

I loro gesti, le espressioni, i movimenti, sono ciò che ho sempre visto nello stereotipo che ho di alcuni miei amici africani in Italia.

In fondo l’India è proprio questo: una madre ricca, giovane che ospita tante culture e popolazioni diverse sedimentatesi nei secoli, senza la pretesa di omologarle e livellarle. L’India è semplice, scontata, nella sua incomprensibile imprevedibilità.

Durante la cerimonia sentivo solo che l’atmosfera aveva il gusto dell’assurdità: mi trovavo nel mezzo di una cerimonia cattolica, eseguita da persone di origini africane che si trovavano in India in seguito alla tratta di schiavi dei portoghesi! Quello che avevo davanti era davvero l’eredità del colonialismo.

Dopo mezz’ora la chiesa si svuota, e davanti ad essa le persone mangiano sotto un tendone colorato che in qualche modo riesce a smorzare il sole caldo di mezzogiorno.

Celebrazioni e pranzo fuori dalla chiesa

Io e Claudia proviamo inutilmente ad evitare il cibo offertoci, essendo fresche di instabilità gastrointestinale. Tuttavia cadiamo vittime in qualche modo felici di un allegro signore che, con la faccia sconvolta di fronte al nostro ripetuto rifiuto, ci mette in mano due piatti, lavati accuratamente, riempiti di riso.

Sospirando, ci uniamo al banchetto di sacerdoti, suore, ragazzine, bambini, donne e uomini, giovani e anziani, in un giorno di festa e di gioia, a cui presto di unisce tutto il villaggio.

Cristiani, induisti e musulmani, tutti insieme, indiscriminatamente dal credo, dall’etnia, dall’essere invitati o meno.

Ragazzi del villaggio in coda per il pranzo

Nella società in cui viviamo è forte la barriera tra invitati e non. Al contrario, qua è forte il desiderio di condivisione con l’altro, indipendentemente dal suo essere cristiano o meno, invitato oppure no.

Questa è l’India delle persone comuni, dei villaggi. Cosi accade nei matrimoni, negli ashram, addirittura in una prima comunione in un villaggio di Siddhi!

La gioia deve essere condivisa con tutti, mi sembra quasi una regola non scritta, ma presente nell’aria che si respira.

Chiesa di Uginkeri

Mi sembra che prima della religione vengano messe l’umanità, la solidarietà, lo spirito di condivisione. Di fronte a tutto questo crolla qualsiasi tipo di egoismo, qualsiasi barriera verso l’altro, che diventa un motivo in più per essere felici, proprio nel momento in cui lui o lei prende parte alla tua festa.

Leggi anche: Volti del Karnakata: l’arrivo a Mundgod


Immagini dell’autrice