Mundgod è un minuscolo punto situato nel nord del Karnataka, uno di quei posti di cui difficilmente sentirete parlare, o che a fatica inserireste nel vostro itinerario di viaggio. Mundgod è una strada polverosa a tratti cementata che fa capolino dopo quasi 50 chilometri di foresta, campi, villaggi, scimmie e bambini.

Mundgod è una strada principale affiancata da negozietti ammassati, baracche, buche, case e marciapiedi dissestati.

E’ in questo piccolo posto contornato da palme di cocco, bananeti, alberi di mango e di papaia che rimarremo svariati mesi io e Claudia, pronte ad affrontare il nostro Servizio Civile nel sud dell’India.


Eccomi qua, alla stazione degli autobus di Mundgod, un piccolo spiazzo polveroso dal quale partono e arrivano autobus arrugginiti.

Io e Claudia scendiamo scombussolate, reduci da una notte insonne in una “veramente poco sleeper class” che da Mumbai, facendo tappa a Hubli, ci ha portate sane e salve a destinazione. Le luci dell’alba mi hanno destata dal sonno.

Guardando fuori dal finestrino mi sento sollevata nel vedere un’India rurale, semplice, povera, agricola, di piccole cittadine e paesi di provincia, lontanissimi dal traffico di Mumbai.

L’autobus che prendiamo da Hubli, un VRL verde, ci trasporta facendoci sobbalzare per ben 46 chilometri. Vicino a me c’è un ragazzo tibetano che dorme nonostante i salti continui del bus.

Dall’altra parte una donna molto anziana, con il volto incorniciato da qualche ciocca di capelli grigi, fissa in modo annoiato la strada davanti che scompare sotto le ruote del bus.

Chiudo gli occhi e aspetto.

40… 35… 20…

I chilometri si dissolvono veloci dietro di noi, e ci accompagnano lungo lo strada una foresta di palme, arbusti e piante dal tronco sottilissimo. Mi rendo conto solo ora di quanto sia tropicale il posto in cui mi trovo, ben diverso dal nord a cui ero abituata.

15… 10… 5…

Intorno a me solo villaggi, mandriani di buoi, donne che trasportano acqua, qualche gallina e tanti bambini. Vedo solo scritte in kannada, mi sento un po’ spaesata.

3… 2… 1…

Mundgod si materializza davanti ai miei occhi: una strada, baracche, negozi, mucche. Tutto qua. Niente di veramente sconvolgente.

Bus Stand, Mundgod

Ma facciamo un passo indietro.

Ho 23 anni, sono laureata in Antropologia, appassionata del subcontinente indiano. Nel gennaio 2016 svolgo la mia prima esperienza in India con una ONG, a Udaipur, un posto dove lascerò per sempre il mio cuore.

Mesi dopo torno in Italia ma sento che devo tornare indietro. Improvvisamente esce il bando del Servizio Civile, a cui faccio domanda, che viene accettata. Dopo pochi mesi e tanta attesa sono sull’aereo per Mumbai, dove arrivo la mattina del 16 novembre 2016.

Sono partita con il Servizio Civile dall’Italia con destinazione Mundgod. Qua sono ospite di un piccolo convento all’interno di un giardino ben curato dove la brezza ogni ora accarezza e muove dolcemente le palme.

Da questo piccolo avamposto mi guarderò intorno, provando a cogliere questo viavai di gente ed il suo senso.

Proverò a raccontare di un posto che, nella sua piccolezza demografica, racchiude un esplosione di comunità diverse che convivono da tanto tempo insieme.

Tibetani in coda all'ATM

A Mundgod, infatti, condividono le stesse strade induisti di svariate caste, tantissimi musulmani e diverse famiglie cristiane.

Una comunità di 12mila tibetani, inoltre, accolta una cinquantina di anni fa, è presente con un grande complesso abitativo a pochi chilometri da Mundgod. Sul territorio vivono anche alcuni gruppi tribali legati alle popolazioni nomadi del Rajasthan, che si differenziano per la lingua, i costumi e le tradizioni.

Infine, si possono vedere moltissimi Siddhi, un’etnia di discendenti degli schiavi africani portati dai portoghesi diversi secoli fa, presenti soprattutto in piccoli villaggi nelle foreste attorno a Mundgod.

Una bambina Siddhi

In questo senso credo che la diversità e l’eterogeneità dell’India costituiscano forse la sua caratteristica più incredibile.

Sono una ricchezza rara e unica da ammirare e da prendere come modello. E’ proprio questo su cui desidero più di tutto soffermarmi in questi brevi scorci dell’India.

Un po’ come aveva capito Satyajit Ray, grande regista bengalese del secolo scorso, dove nelle sue opere celebrò la bellezza dell’eterogeneità indiana cercando di “orchestrare i suoi vertiginosi contrasti di immagine, suono e ambiente”.

Scrivo per raccontarvi di Mundgod, ma soprattutto più generalmente del Karnataka e delle vite che scorrono in questa parte dell’India a me sconosciuta.

Scrivo per raccontarvi di un tassello dell’India che fa parte di un immenso mosaico variegato, cercando di spiegarvi, seppur nella piccolezza, un assaggio di quello che si può percepire vivendo in questo angolo di mondo.

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