Continua la mia avventura del servizio civile in India, alla scoperta del Karnataka e dei suoi abitanti.

Questa volta trascrivo le sensazioni che ho provato passando un pochi giorni sulla costa occidentale, in una famosa località turistica, Gokarna.

Gokarna ospita spiagge in continua trasformazione, un palcoscenico sul mare sul quale camminano un viavai di turisti, mucche e ondate di pellegrini  intenti a omaggiare questi luoghi sacri.


Siamo in pieno dicembre, la spiaggia è bollente. Il cielo è limpido, ma c’è sempre una leggera foschia all’orizzonte che sfuma e trascolora i contorni delle cose, facendoli scomparire in lontananza.

L’ombra si ingrandisce sotto i raggi del sole che si abbassano sempre di più, inclinandosi obliquamente, coprendo la superficie della sabbia.

Sono a Gokarna, in una spiaggia incastrata tra i promontori rocciosi, circondata da palme e sfiorata da sussurri del vento.

Tra il Tropico del Cancro e l’Equatore, sulle coste dell’India del Sud, affacciata sul Mar d’Arabia, si trova una piccola località marittima, da decenni meta di pellegrini e dal qualche decennio di turisti stranieri.

Gokarna, letteralmente “orecchio della mucca”, è considerato un luogo sacro da tanti induisti che giungono sulle sue coste per compiere gli ultimi rituali, offrire puje con l’aiuto di tanti bramini che popolano la cittadina.

E’ qui che, a dicembre inoltrato, io e Claudia decidiamo di spostarci nel weekend per sfuggire all’aria pesante e polverosa di Mundgod. Con stupore, servono davvero pochi chilometri per vedere un paesaggio ben diverso da quello conosciuto.

Avvicinandosi a Gokarna, un intenso odore di pesce penetra attraverso le fessure del bus. Attraversiamo saline e bananeti, un numero infinito di mercati dove le donne passeggiano avvolte da vestiti legati intorno al collo da cui pendono tante collane di perle e conchiglie.

Devo aspettare il tardo pomeriggio per gustarmi un po’ di quiete. Gruppi di amici e colonie di studenti indiani pian piano abbandonano la spiaggia, mentre i turisti stranieri si moltiplicano, disseminando il lungomare di mercatini dove ciascuno offre “la propria arte”: massaggi, lettura della mano, braccialetti e cianfrusaglie varie.

Ma Gokarna, nonostante il turismo incalzante, è capace ancora di lasciarti qualche momento di tranquillità. Il turismo negli ultimi decenni ha portato ondate di persone, straniere come indiane, e con loro sono nati un po’ ovunque Om Cafè con meditazione disponibile, ristoranti con menù felafel, pasta e greek salads, centri yoga e massaggi ayurvedici.

Nonostante tutto, a Gokarna puoi ancora avere l’illusione di trovarti in India, a differenza di tante altre spiagge in località vicine.

Salendo un po’ più in alto, sulla collina che circonda la spiaggia, puoi ancora trovare una piccola traccia di un mondo che sta rapidamente scomparendo.

Si vedono, infatti, numerose donne e uomini che scendono lungo i pendii con canestri e fasci di rami e ramoscelli, quasi guardando con scetticismo questi nuovi invasori che hanno cambiato radicalmente casa loro.

Lavoratori che scendono trasportando rami dai pendii

Sono i nativi del posto, che lavorano, in un luogo in cui il business del turismo ha portato resort, alberghi e ristoranti, tagliando foreste di palme e alberi da cocco.

Lungo la spiaggia marciano sotto il sole anche alcuni venditori di collane, conchiglie e teli. Si tratta di alcuni gruppi di donne e uomini, bambine e ragazzini i cui antenati vengono dal Gujarat.

Parlano infatti il gujarati, una lingua non troppo distante dalla a me familiare hindi, rendendo così la nostra conversazione possibile.

Il fato vuole che vengano attratti dal mio ukulele, e alla fine si finisce per suonare una compilation di Bollywood songs! Contornati da turisti di tutto il mondo, formiamo un piccolo cerchio, e per un’ora proviamo a capirci attraverso un po’ di musica e qualche parola.

E’ incredibile vedere ancora una volta come in India la società si muova e cambi seguendo ordini castali e etnici. Mi dicono orgogliosi di appartenere al clan dei Rajput. I tratti, in effetti, sono molto diversi da quelli locali, e mi stupisce incredibilmente pensare a come possano essere finiti lì, su quelle spiagge così lontane.

Ragazze gujarati che vendono biogiotteria e borse sulla spiaggia

Si sono fatte le cinque, il sole si abbassa velocemente. Ormai sono sola in acqua, e davanti a me il sole, il mare, sono muti.

Mi sdraio, supina, e galleggio sull’acqua. Le orecchie coperte catturano solo suoni ovattati e sordi. Le mie gambe si distendono, le braccia si aprono. Il mare su cui il mio corpo ondeggia diventa lo specchio del cielo. Sopra di me un uccello grandissimo plana, e io, dal basso, rispondo.

Il falco galleggia nel cielo, parallelamente a me, sul mare, mentre io plano, trasportata dalle onde. Mi sento spinta dallo stesso identico suo moto. L’aria e la brezza mi guidano nel cielo, e il falco, sopra di me, plana, quasi trasportato dalle onde del mare. Io là, in alto, e lui qua in basso.

Il sole tramonta su Gokarna, sul suo mare, portandosi via la quiete della sera, mentre la notte irrompe con canzoni presumibilmente reggie di qualche locale new age appollaiato sulla spiaggia, forse, un tempo, un po’ più indiana.

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