Continua la mia avventura del Servizio Civile in India, alla scoperta del Karnataka e dei suoi abitanti.

Il caldo dell’estate cocente di Kavital, nella parte settentrionale del Karnataka, mi spinge a migrare a nord, e un giorno di aprile giungo a Mumbai.

Qua trascorro l’ultima parte del mio Servizio Civile, alla scoperta di nuove realtà che mi aprono davanti una città caotica, viva e inaspettata. Mumbai è imprendibile, e quando provi ad afferrala ti scivola via dalle mani come un foulard di seta…


Aprile, nell’India del Sud, è un mese faticoso, caldo. Il sole brucia la terra, la polvere riempie ogni singola fessura. Nei campi intorno, le piante di cotone arse dal sole si piegano nere sotto il calore del giorno, spezzandosi, lasciando volare via qualche soffice batuffolo bianco ancora intrappolato. Di notte il ventilatore non basta più per dissipare la calura accumulatasi nella mia stanza al secondo piano del Convento.

Le bambine della Boarding che frequentano la scuola sono andate a casa, gli esami sono finiti e non le rivedrò fino a Giugno. Silenzio. Molte persone dormono all’aperto, sotto la volta stellata, in cerca di catturare qualche soffio di vento tiepido che fa capolino anche cortile della scuola. Pasqua è passata, l’ho vista sfilare lungo questo villaggi, con la Via della Croce, durante la quale musica spirituale kannada accompagnava gli attori che recitavano in playback le scene della Passione.

Per dare una fine a questa calura che brucia il letto e mi tiene sveglia la notte decidiamo che passerò un po’ di tempo a Mumbai, dove il caldo forse è mitigato dal vento della costa. L’umidità sarà il nuovo nemico, ma forse migliore del caldo secco della Valle delle Rocce dove sono stata fino a quel momento. Una zona di cui persino un rikshawala incontrato a Bangalore mi disse una giorno: là ci sono due stagioni: quella calda e quella bollente!

Insomma, a metà aprile prendo un bus notturno da Hubli e la mattina raggiungo questa nuovo miraggio: Mumbai, che mi accoglie con i suoi imponenti grattacieli sostenuti da fragili impalcature di bambù. Un taxi mi porta a Prabhadevi, dove la mia nuova casa si affaccia sulla baia: si tratta della missione delle Sisters Of Charity, Yuvathi Shadan.

 

Summer Camp, Matunga, Don Bosco School: Bambini che giocano a basket

 

Nei quasi due mesi in cui sono stata a Mumbai ho avuto la fortuna di esplorarla conoscendo la gente del posto attraverso social workers, volontari, viaggiatori e amici. Per primi ho conosciuto i miei vicini di casa, i Kolis, i pescatori di lingua marathi minacciati dalla crescita economica, nei loro piccoli villaggi colorati.

Un sabato pomeriggio sono stata invitata ad un matrimonio cristiano, dove ho potuto constatare come la tradizione del matrimonio combinato raggiungesse anche le middle class più occidentalizzate di Mumbai. Poi Bandra, il quartiere bohemienne dove i Portoghesi hanno lasciato casette di legno, vie segnate da altari e crocifissi e piazzette storiche di un’epoca che vive ancora nei cognomi dei suoi coloni: Aranha, Carvalho, Mendez.

Cognomi che appartengono anche a molte suore con le quali vivo a Prabhadevi, essendo molte di loro originarie di Goa.

Per un mese ho frequentato un bellissimo centro che si occupa di bambini di strada, gestito da CORP, una ONG attiva con vari servizi sparsi per la metropoli. A South Mumbai ho ammirato l’eredità e lo sfarzo dell’architettura inglese che propone un altro volto di Mumbai, sospesa tra storia, arte e letteratura, moderni centri commerciali, negozi e boutiques.

 

Porticato a South Mumbai, nella zona ricca e "inglese" della città

 

Con Robin Hood Army, una splendida organizzazione che si occupa delle persone che vivono in strada, ho trascorso momenti stupendi intonando canzoni hindi con il mio ukulele circondata da decine di bambini.

Mumbai è ovunque, in ogni angolo, in ogni momento della giornata, cosi imponente, desiderosa di imporsi. Mumbai è un tunnel che ti risucchia, ti trattiene il respiro, te lo toglie, non te lo restituisce.

Non dimenticherò mai la sensazione di sentirmi viva sul Local, facendo acrobazie per entrare di mattina nel treno schiacciandomi tra donne impacchettate di oro o e saree, studentesse e lavoratrici scabre.

Rimarranno impressi gli istanti al tramonto, camminando verso casa, in una delle centinaia di strade ricoperte dal manto verde tropicale che sembra volerti ricordare che Mumbai è sorta dall’oceano e dalla giungla, alla quale appartiene, che combatte costantemente il cemento per riappropriarsi della città.

Mumbai è un caos, una pazzia, una lotta, una contraddizione. Mumbai ha tantissimi volti, tantissimi occhi. Mi ha fatto sentire viva, e non potrò mai ringraziarla per questo dono.

 

Visione panoramica da Prabhadevi: giungla e grattacieli

L’unico grazie che le ho gridato, al volo e in modo involontario, è forse stato quando ho dimenticato un foulard di seta (regalatomi poco innanzi dalle Sisters) sul taxi che mi portava una volta a Bandra. Avevamo parlato per quasi due ore, io e l’autista, un momento magico ritualizzato dal traffico tipico delle ore serali, e nella fretta maniacale del ritardo esco, chiudo lo sportello, e il taxi se ne va con il foulard.

Ci tenevo tanto. Poi ci ho ripensato. Chissà, forse la moglie del mio nuovo amico la sera avrebbe avuto un regalo bellissimo, costoso, inaspettato, un dono caduto dal cielo da qualche ricco dio distratto. Forse no, ma mi piace pensarla così. In fondo Mumbai è la città dove tutto è possibile. È la “City of dreams”, dei sogni grandi, ma anche quelli più piccoli e inattesi.

Per altre esperienze di vita a Mumbai, leggi anche Akanksha: volontariato con i bambini a Mumbai


Immagini dell’autrice